DICHIARAZIONE DI POETICA DELL’AUTORE

Poesia è vita. Tutte le vite, quelle degli altri, quelle vissute e quelle pensate. Quelle sognate e quelle ripudiate. Quelle lette e quelle ascoltate. Penso che ciascuno di noi partecipa alla costruzione di un palinsesto collettivo, una biblioteca di carne ed ossa, un web reale. Siamo tutti parte di un’unica grande biografia singola e collettiva. Di un’unica opera d’arte virtuale eppure concretissima.

Poesia è linguaggio. Ed il linguaggio è il medium tra l’oggetto che viene osservato e il soggetto, con il suo mondo interiore. Ci vuole un nuovo sguardo sulle cose, capace di “nominarle” di nuovo, e così rivitalizzarle. La poesia deve squarciare il velo che separa soggetto e oggetto, interno ed esterno. Ogni distanza deve essere superata. L’interno deve subito irradiarsi all’esterno in pagina scritta. Su di questa l’oggetto deve immediatamente esprimere i mondi interni del soggetto.

La malattia della poesia non è il silenzio. E’ l’afasia. Il supermercato dei linguaggi è congestionato: dagli spot pubblicitari ai testi delle canzoni, dai linguaggi mediatici fino alle insegne dei negozi, la poesia subisce la concorrenza in una iper-testualità che rischia di ridurla a scialbo reperto della memoria, dolciastro bigliettino da cioccolatino. Molte risposte a questa crisi sono in realtà protesi. Sono operazioni di lifting che spesso riescono ad ottenere prodotti piacevoli, attingendo proprio agli strumenti della multi-medialità nella quale il verso affoga. Ecco che la poesia diventa performance, voce, canto, figura. Mentre quando è poesia vera, basterebbe la parola. Il dialogo continuo soggetto-oggetto è il vero rimedio all’afasia della poesia. Il verso così “liberato” (più che libero) ritrova il  proprio statuto, che ha radici sintattiche antiche ma può annunciare linguaggi veramente nuovi, inediti, inauditi.

Gli ultimi giorni

Credi proprio che gli ultimi istanti
della giornata siano proprio uguali
agli ultimi giorni dell’umanità
perché non li puoi mettere in scena.

Ti lasciano appiccicata addosso
l’etichetta della lavanderia,
che nessuno ha il coraggio di
toglierti dalla piega della giacca.

Hai voglia tu a sperare che domani
la storia potrà essere riscritta.
Tutto quello che hai detto, e fatto
si riverserà dentro senza farsi domande.

Quante volte ti sei convinto che
tutto fosse finito, così per ricominciare.
E’ bene che ti rassegni a ciò che vedi:
non c’è giornata che termini senza umanità.

Non c’è umanità senza le tue giornate.

Dicono che sono piovuti pesci,
che l’atrazina ha confuso
i generi delle rane sotto una piaga
caduta su un campo digitale
di magnolie.
Insomma, ci toccherà capovolgere
le lenze per farne
tende di raffia
e invece di pescare
dovremo intrecciare le storie
tra i capelli che altri vuole tagliare.
Ed io comunque mi troverò sotto,
sotto qualunque pioggia,
di spilli, di scritti o dicerie,
esposto al ventaccio guasto
della maldicenza.

Resto senza fiato, fatale ignoto alle malizie,
senza sapere più a che genere appartengo.

Ne ho sentiti di silenzi,
scialbe assenze di volume,
o loquaci più di un corpo autoptico.

Ne ho sentiti di silenzi,
uno spazio bieco, lasciato fuori
dall’altro lato dei volumi.

Non ne ho più trovato uno uguale
a questo risvolto oltre l’intero,
dentro questo insediamento di parole.

Nell’immagine negativa del pieno,
la scia tracciata dopo l’onda
ritratta dalla riva,
via da lettere e da particelle.

Ne misuro il peso col ghiaccio in bocca.

Attendo al terremoto

Mi vedo senza più fiato
nelle parole, vedo
l’addome che vibra, la vena
nel collo risuona di cose

non dette e tenute a morire
nel ristagno dei saluti che
ti devo giorno dopo giorno.
Mi hanno portato via dei bambini,

neanche fossi un pazzo,
e mi hanno lasciato sull’asfalto:
la lucertola persa di terrore,
perché scoppi sotto le ruote.

Attendo al terremoto
buono, buono,
immobile ed esausto,
in lista d’attesa.

Ti saluto da un posto
che non ho mai visto
perché la terra non gira più,
resta affissa alla testa del letto
più pietosa di un’icona sacra.

Tutto gli gira intorno ubriaca
nella sua perfezione scientifica
mentre in fondo dialoga ancora
con un tolemaico sole danzante.

S’è svuotata nella testa la palla
non più tonda della sapienza,
si pianta sgonfia su questa terra,
inabile a rimbalzare in alto.

Pasquale Vitagliano. Nato nel 1965, vive a Terlizzi (BA). Giornalista ed editor per diverse riviste locali e nazionali. Nel 2006 ha curato l’Antologia della Poesia Erotica Contemporanea (Atì Editore) per la sezione riservata a Italialibri. Sul settimanale Diva e Donna ha scritto per la rubrica Scandali e Passioni di Cinema, Musica e Letteratura. E’ presente in numerose antologie poetiche, tra le quali Pugliamondo curata da Abele Longo per Neobar (Edizioni Accademia di Terra d’Otranto) e Impoetico Mafioso, 100 poeti per la legalità e la responsabilità sociale, curata da Gianmario Lucini per le Edizioni CFR. Per la casa editrice Lietocolle ha pubblicato la raccolta di poesie Amnesie amniotiche (2009). Suoi scritti sono apparsi su Lapoesiaelospirito, Neobar, Reb Stein e Nazione Indiana.

Ad ottobre 2011 vedranno la luce il romanzo “Volevamo essere statue”, per Sottovoce Ed. e  la raccolta poetica “Il cibo senza nome”, per LietoColle.

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