Invidia per gli alberi

Quando al mio peregrinare nella
realtà, un termine si pone.
E la confusa dei presenti veglia,
distrugge ogni alcova.
La malinconia/sonaglio insicuro e piccolo,
tra ringhiere di avorio m’incastra.

-Maldestro e tumefatto ridisegnandomi confine-

In questi giorni torridi mentre disperata l’anima,
cerca il magma fresco della tomba.
Invidio gli alberi perché hanno radici,
su una zampa sospese come appaiono cicogne.
Congetture monolitiche,
è la pioggia che gli trova.

( Nel semaforo dietro alla finestra opaca,
un ragazzino mi ha appena salutato )

Qualcuno di piedi ci ha munito,
per andare a morire anche altrove.
Eppure il coltello, il manico si lussa,
quando sevizia le foglie.
Questi pensieri stupidi mi son
baluginati per la testa.
Facendomi sentire per un breve
istante, di nuovo innocente.

 

 

35971 ( Paradigm Shift )

Non sarà l’ovvio a
girare il coltello (nella maschera
di sanità), la fessura preferisce l’essenza
preadamica, esercito di bambini idrocefali con
il segno di Oreste – può darsi anche il destino – ,
recipienti di terracotta nel forno a clessidra
(sotto assedio), sulla pista di biglie ignari della
collisione, arcano onnipresente dei tre lati che formano
bulimico ingorgo, elaborano griglie
i numeri per chi non si coordina, da flauto otturato
che mesmerizza archetipi verso il dirupo, spalancato palmo
destro a cinque dita (piramidali strette del bianco magistero che odia nove
scanalature), a sorpresa cavo slacciato l’appendice – giusto appena
viene soffiato movimento nell’organico portale – , bandendo sette
vergini candele, dentro la luce secca, uno…

 

 

Semplicemente

E quando i tuoni senso più
non ne avranno, né il minimo
rumore, gli abeti piegherò al tuo cospetto.
I mari asciugherò con tutto il
loro sale, per te costruirò scalini
dalle ginocchia – per dare alla
tua bellezza sbocco -. Mi dedico al tuo
sangue, l’anima sotto le grinfie
dei lupi (a brandelli), solo per
rifugiarti roccia. E quando ancora
dalle onde sarai baciata, in dono
il crollo non avrai – sarò il tuo fondale
caldo – che t’amerà
visceralmente. Finché parole
la mano sarà capace di scolpire
sull’ombra della cute, due paia di
impronte, la simmetria di un
ponte tra le braccia, gli occhi miei
lontani soltanto quando è
notte, insieme a te, semplicemente
per sempre ed oltre.

 

 

I. Lamette di vodka

Lebbroso s’irrigidisce il labbro
non appena proferisci di cordoglio salmi,
pallina di casualità che non si ferma né sul rosso
tantomeno sul nero, vacua.
Di vodka qualche lametta ed una
briosce nel rigor mortis delle stonate pantomime, – alto la fine
ha tasso alcolico, ma tu
comunque accentuarlo gradiresti – .
Non è mia la colpa, mai, se non riesci
a sistemare la scatoletta dei fiammiferi, per come di cadaveri è piena.
Un carico stizzito di previsioni
in contrabbando sono
che tollera e complotta finché tu non la smetta
di franare, valanga
senza domani, per cominciare a vivere.

 

II. Scaltre abrasioni

Un impetuoso è la morte cucciolo,
il quale nemmeno lupi virulenti rischiano d’azzannare,
– lo portano a spasso, orchi costretti ad inseguire
il proprio naso, abbacchiati – .
Ed è così che s’intersecano
i suicidi, troppo scaltre abrasioni per
letamare le persiane.
Dietro pretesti forse verosimili, a capofitto
si buttano ghiotti nel vomito
della loro stessa routine,
scopando in perfetta depressione, il fante del romitaggio
con la regina dei contaminati quadri.

 

III. Ergastolano

Oscuro punto è la rivincita, senza veicoli
capolinea, ma con alterni macchinisti.
Sopra il baule la spranga e
la lenza, questioni che battono la carica, irrisolte.
Fa da perno la penisola, ad
un’introspezione in agile declino,
collare il laccio emostatico, s’inabissa in
fondo a recinti d’ergastolano sangue.
Gretti di legno ramazza la crisalide,
perlustra bozzoli di sonnifero cemento e
si coagula evasione.

 

Κωστής Τ.  (Atene)

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