Ho coltivato le mie paure con cura, per anni. Seduto sul prato, le guardavo crescere rigogliose mentre gli altri, i vicini, riuscivano uno per uno a coglierle ed estirparle e se ne andavano via, lontani, sorridendo. Avrebbero spremuto i fiori delle piante ed estratto l’olio per rivenderlo. Perché tante cose è proprio l’olio di sorro, con l’accento grave sulla prima o, che le fa andare avanti. Tipo l’infingardia, la rinuncia e l’immobilità e soprattutto fa crescere benissimo l’erba del vicino, quella più verde. Io rimanevo a guardare il Sole, e le mie paure. Di nuovo le mie paure, e poi il Sole. Al tramonto mi alzavo e annaffiavo le piantine una per una, rafforzandole con le mie insicurezze, su cui avevo lavorato tutto il giorno. Perché le insicurezze stesse hanno bisogno di essere rinforzate e io le rinforzavo. A fine giornata, spesso, incontravo un tipo strano che solo da pochi mesi veniva al campo. Mi salutava e scambiavamo due parole e rimanevo stupito di come, forse meglio di me, sapeva coltivare le sue paure concimandole con una miscela fatta di polvere di paraocchi, testa dura e un pizzico di cristalli di Hamal. Gli chiedevo qual era la grana di quella polvere, quale pietra usava per macinare gli ingredienti, per averli così fini e però allo stesso tempo gli consigliavo di diminuire le dosi, perché le piante stavano crescendo troppo rigogliose. Sarebbero sbocciate troppo in fretta, ben prima di aprile o maggio. Lui rispondeva stringendosi tra le spalle, come un francese, e con un sorriso mi rispondeva almeno te, almeno te. Tornava a casa il vicino, per adesso tra quelli che non riuscivano a estirpare o anche solo a cogliere le proprie paure. Invece, io rimanevo fino a veder calare il Sole. Avrei fatto di tutto per poterlo vedere fino all’ultimo istante della sua giornata, cogliere l’ultimo raggio che si spegne dietro la barriera fatta dai monti all’orizzonte, dove sta la torre che non c’è. Chissà se, senza quel Sole, le mie paure, alimentate dalle mie insicurezze, sarebbero cresciute lo stesso così vive e colorate. Mi fermo a pensare un attimo a questo, guardando il Sole e le mie paure, e di nuovo le mie paure e poi il Sole. Decido, capisco, che anche senza questo Sole avrei dovuto far vivere le mie paure. Sono ben più importanti le mie paure di tutti i soli del mondo messi insieme. Solo che stavolta è questo, fra tutti quelli che circondano questo pianeta, il Sole che ho scelto ed è lo stesso Sole a farmi paura, ho paura anche di questo Sole. Chinando la testa davanti all’ultimo raggio, a questa consapevolezza e a questo castigo, raccatto da terra l’annaffiatoio e torno verso casa con un piccolo sorriso tra le labbra. Voglio lasciare del pane per gli uccellini sul davanzale della finestra, devo ricordarmelo quando arrivo a casa.

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