E’ SOLO TERRA.

Si credeva qui
fosse luogo di miracoli,
di angeli a sorpresa
sbalzati da una molla
e betlemme non un locale grotta
per cene a lume di candela
ma una storia vera
da replicarsi a breve.

Si pensava
che giunti alla vacanza
(e noi a cantare in coro
sul sedile posteriore)
avremmo visto il mare
tutto l’anno
(e il sole non più rotto
a fine agosto,
valigie più pesanti nel ritorno).

Ci si aspettava a volte
una tristezza lieve,
il tempo di una nuvola a passare,
uno spavento appena
e poi il sollievo,

ma furono piaghe
non stimmate
a rimanere.

(E in fronte il segno permanente
di un pensiero breve:

è solo terra qui
a sostenere il piede,
terra d’affondo
terra di sprofondo.)

*

STUDIO LIRICO 6.

Tu non l’hai visto
nelle mie mani

il mare?

Ti sei fermata all’argine,
all’ovvio di parole
che altri, non io,
hanno razziato

ed erano divine
marmo in un giardino.

E se in sospiro ho detto

stare
vorrei
inciso fra le tue cosce,

non bestemmia
ma preghiera

come quando chiedo a dio

venga il tuo regno.

*

SOPRAVVIVENZE INSTABILI.

Avevo tra le mani

colori
e fogli

caselle da colmare
e spazi da colorare,
puntini da intrecciare
perché apparisse  in volo
un galoppo d’unicorno
e fate tutte nude
con spalle di farfalla

(e quanti giorni in fila
senza mai la parola fine?).

Ora qualche macchia
che sfrego nel lavello

resiste appena appena
nelle giornate buone

e poi è solo sporco
che non si lava via.

———————————

“Tre parole definiscono la mia compulsività alla scrittura: emozione, sentimento, ragione. Per questo, a volte, dovendo dichiarare una qualche collocazione in una specifica “famiglia” storico-letteraria, l’espressione in cui trovo un maggiore rispecchiamento, è certamente quella lirico-esistenziale. In tale accostamento aggettivale vi è l’origine, la motivazione profonda e necessaria, il senso del fare poesia: dare forma a una visione del mondo e del destino la cui cifra dominante sembra essere il Dolore. Una cognizione del dolore come ontologia dell’esserci e la poesia come “parola” dell’ontologia del dolore. E’ questa sostanza emozionale e razionale di fondo che mi ha sempre impedito -e ancora è così- la concezione del dire poetico come assoluto estetico, come teoria e prassi del “Bello”; e su un altro versante -di marca primonvecentesca-, la poesia come nascondimento ermetico in una oscurità espressiva e formale che, a mio avviso, ha creato nella seconda metà del Novecento una frattura relazionale fra il genere in questione e il pubblico. L’anima della poesia è sempre stata e resta la sua dicibilità, la sua comunicabilità, anche correndo il rischio di una contaminazione prosastica. La poesia è e resta “luogo di passione”, di passione possibilmente condivisa. Almeno questa è la speranza, la mia. E in definitiva io la vivo come ultima chance, la mia vendetta umana sulla dittatura del Niente e del Morire.”

Francesco Palmieri, maggio 1953, Altamura (Bari). Docente di materie letterarie nella scuola secondaria di primo grado. Risiede e lavora in Lombardia, in un comune a nord dell’hinterland milanese. Scrive recensioni a sillogi poetiche. La sua produzione poetica, nella quasi totalità, è inedita.

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