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Si sente ascoltare la chiacchiera, la parola
che non vola. Lei non ha ali da prestare ma solo
sbadigli a lunga ondata. La staccionata del discorso
già scavalcando tempo addietro ogni ferita del labbro
messo lì a curiosare, in avanscoperta, la monotonia del linguaggio:
come dire, ci siamo dentro per caso, proprio messi lì a naso.
Poi dopo invece, il chiarore dell’orecchio eccolo, improvvisare
un suono derivandosi da solo nell’ascolto; una sequenza vocale
non la nota, conficcata a modo nella metrica, non lo spartito serio;
no, la traccia va sparendo mentre il canto è ancora in caldo.
Perché del silenzio si fa buon uso solo nel ritardo del pensiero
e mai, mai nel vero della fretta si stringe la gola al nodo verticale
al grasso laccio bianco dell’orale, il grande fazzoletto della perdita.

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Smarrimento è precisione perpendicolare all’angolo: nella stanza
i tremori e le voci s’intensificano allo stesso modo, creano sbalzi
usure ai fianchi; perció segue una logica a temere, uno sfilarsi dal tempo
il giudizio del ritrovamento: due cose si assomigliano
venendosi a mancare. Dunque susseguirsi luce dopo luce, la mossa contraria:
le grandezze della casa crescono dispari, ciascuna voce fa il filo al muro
gli avanzi del respiro giù in cantina – passando da uno spioncino all’altro –
gli umori dello sguardo. Eppure è consecutivo il passaggio: tutto ritorna
al suo stato di buio, alla polvere precedente. Si rimane poco dentro; infatti
subito dopo, torna il corpo ad esprimersi.
La precisione è leggere l’indicativo presente, la grammatica del percorso
e non rimuovere gli accenti, gli sgravi del declino.
Così ogni cosa è un aborto (ché viene meglio l’idea appesa a un cappio
stringendola forte si fa soffitto, luogo bianco, quasi una sedia).
Allora si vive l’immateriale seriamente: questo segno inconsapevole,
depressione quantica del sonno, non si cura del passato
è una condotta a sprazzi, una parodia in scatola.

*

È possibile deviare il percorso, fare un decorso
a retrocedere: perdersi prima della nascita; poiché
tutto nuota dentro, sproporzionato nel nucleo
un’onda diagonale (ché non taglia dal centro, anzi
schiuma solo ai lati, fa una pozzanghera nell’angolo)
perciò dell’acqua si ignora la lunghezza ma non la forma:
si conosce l’esatto frizzare della bolla, il gorgo a sorprendere
– del tuffo – il buco che rimpiazza. Dunque si fa come un lago
parlando: un discorso a specchio, dove quell’altro che muove
la superficie non pensa, tirando il sasso parola, non si tiene a galla
(quindi tutto è destinato ad affondare, ché riemerge solo una sponda
e non l’intera isola); sprofonda come una nave: con la morte in poppa.

Tre poesie di Antonio Bux tratte dalla silloge inedita “L’inversa voce del respiro” (queste tre poesie fanno parte del terzo capitolo “Sistemi di disordine quotidiano).

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Dichiarazione d’impoetica in-volontaria

” Penso alla scrittura come a un tuffo all’indietro, a un carpiato involontario, cadendo in superficie. Questo male improvviso, come una fitta al cervello, si lenisce soltanto in quei quattro momenti, tetra-programma in non sequenze: trauma-dolore-rimozione-rimarginazione. Dunque operazione, condotta clinica, inciampo nell’orale che quantifica le ferite, che fa la conta dei morti, dove stratifica il pensiero, fossile nel fossile. Perciò fossato d’immagini, anche ossario della lingua. Di più posso dire, concepisco la questione poetica, o comunicativa generalmente, una pratica d’errore che si perpetua, l’inconfessabile morte sottopelle. Come dire: procede il pensiero con le stampelle. Perciò per me scrivere consiste nel comunicare muscoli involontari, passaggi a bassa quota di energie ascetiche e improvvise; come mettere a fuoco, con una lente d’ingrandimento, tanti piccoli batteri, che si manifestano nell’invisibile. Infine, pressione del sistema nervoso sul nodo centrale dell’anima: nel blateramento reiterato del linguaggio, il pensiero filtra a gocce, fuoriesce da un tubo qualcosa, tutto il resto viene risucchiato dentro e si perde per sempre. Per tutto il resto scrivo anche troppo, dovrei smettere presto. Mi sento piuttosto come un medico della mutua: pre-scrivo ricette non per guarire, ma per ammalarmi ancora.”

Antonio Bux (pseudonimo di Fernando Antonio Buccelli) nasce a Foggia il 16 ottobre del 1982. Dopo aver terminato gli studi, coltiva esperienze lavorative in varie città italiane ed estere, ma soprattutto a Firenze e Barcellona, dove risiede dal 2007. Sue poesie sono apparse in numerose antologie e in diverse riviste di poesia sia nazionali che internazionali, dato che molti suoi componimenti sono stati tradotti in spagnolo, francese, inglese, tedesco e serbo. Hanno parlato e commentato positivamente sulla sua poesia alcuni tra i più importanti autori e riconosciuti critici del settore. Si occupa costantemente di traduzione dallo spagnolo di scrittori e poeti sia iberici che latinoamericani. Ha curato la traduzione del libro “Ventanas a ninguna parte” dell’autore spagnolo Javier Vicedo Alós, oltre che a tradurre poesie scelte di autori tra i quali Leopoldo María Panero, Dário Jaramillo, Álvaro García, Antonio Cabrera, Jaime Saenz, Pedro Salinas e tanti altri ancora. È autore dei libri “Disgrafie” (Edizioni Oédipus, in fase di stampa) e “Trilogia dello zero” (Marco Saya Edizioni). Attualmente sta lavorando ad una raccolta di racconti e alle traduzioni di un’antologia di nuove voci della poesia spagnola contemporanea.

e-mail: redellemosche@gmail.com

pagina web: http://antoniobux.wordpress.com/

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