Johannes Vermeer
Johannes Vermeer

“Vivo a Palermo, Palermo è una strana città. E’ un misto di bellezza e rovina.
E’ un “piccolo” giardino liberty.
Spesso tra le fronde dei suoi alberi trovo la poesia.
A volte mi chiedo se sono io a scrivere o le piante stesse.

A tratti, quando scrivo, le parole vanno da sole.
A volte neanch’ io so dove voglio andare a parare.
Però, quando riguardo, a lavoro finito,
mi accorgo che chiunque leggerà capirà molto meglio di me.”

I.

E un bel garofano di sangue
hai fra le dita accigliate
e fra le labbra.
Perchè mai non scendi fra noi
bella Ninfa a far risorgere
i tuoi campi infausti?
Ninfa chiara non Ninfa mora.

Il poeta candido e cristallino
ha fra le mani un giglio
di farfalle nere.
Sull’ idillio
le tue labbra sono
un crepuscolo di viole.

Tanti i fiori,
e tu stai all’
inpiedi fra il rovo rosso,
libera ed elegante.
Il poeta è incagliato
sul prato, fra le margherite.

Bella signorina col cappello
cremisi,
italiana per finta
vola lontano.

Come l’ incenso

penso se esisto
ma la cetra non c’è,
e le rondini baciano bieche
e fanno nidi fra le trecce.

Ninfa sei bella bianca.
Forse è buio.

II.

(I giudici vi sorveglieranno,
e faranno dei vostri occhi
rose di neve.
E dell’ amore vostro
una Verde vita.)

(Che sarà sfiancata,
-Tardivamente-
dalla chiara acqua,
nelle punte delle Sue dita.)

* * *

I.
Questo freddo non è
ancora maturo
e tu hai messo in musica
il tempo.

Io mi affaccio
al buco e vedo il
fuoco.
E’ il vuoto che cresce
È la calma placida che cresce.

Senti come scalpita
Il cuore del giusto.
Io ne ho cuore
Ne morale.

E intanto però
Scalpita veloce
Come
un cavallino Persiano
al trotto.

E’ una bella stanza
è sottile
batte la goccia
sul lieve (la marea)
tempio dell’ aria
immota.

Qui intorno è tutto calmo
Finalmente.

II.
Ma questo è
amore?
Mi fanno male
gli occchi
e sono viola.

Che sarà domani?
Che sarà domani?

C’è stato un morto,
un fiore
una campana

e tutti corrono
in questa strage veloce
in questa distrazione.

E mangiano la terra
e poi cadono.

* * *

Ed io in braccio
a me stesso
come quella farfalla
viola sorgiva.
Beati uomini,
che voi aveste tempo al nulla
e nulla al tempo
dei vecchi allegri.
E quando rammento
della triste notte,
la goccia testarda crepa
il capo a frotte

che il sonno si invola
come
le piogge.

E se,
non fosse ch’ io vivessi,
come un caprone
di controllo e smanie buone
il malto del cielo,

non avrei di fare con quell’
asinaccio che spesso mi inquieta.

Dunque eravam rimasti,
ma or son due anni dopo
allora aspettiamo,
alla cinerea seta,
le predicazioni nuove.

Abbiam coltivato
di fragole,
i campi di neve.
Raccoglierem frutti
a breve.

E poi mi accolse,
fra le gelide braccia
come nuota
un pesce in terra.
La gatta ancor
di pietra.

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