ivan-fassioArchitettura dell’immaginario, realtà artificiale, simulazione grafica, interazione sonoro-musicale: la poesia ha rappresentato, nel corso dei tempi, tutte queste cose. A partire dalla propria etimologia, ha sempre convogliato le forze della creatività verso l’illimitata produzione di mondi conclusi in se stessi, assoluti: edifici inediti, biblioteche fittizie, cataloghi di innovazioni, strutture mimetiche. Autenticità e originalità sono state tradotte in linguaggi depurati o contaminati, in cui l’artificio dell’espressione potesse perdere ogni suo aspetto di utilità, di sviluppo efficace, di convenienza.
Casualità e progetto si sono scontrati ed alleati, abbandonati definitivamente in processi di automazione o di rigenerazione stilistica. Nella propria natura di materia cristallizzata, di testimonianza scritta, la poesia si è scoperta portatrice di segni immacolati, lievi e sospesi, decorativamente – e perturbabilmente – fruibili soltanto nella grafìa che li contraddistingue. Come scissione tra oralità e scrittura, ha scavato tra sé e l’esistenza un immenso cratere, che continua a secernere preziosi tesori: getto continuo d’ispirazione.
Compito di chi opera nella realtà contemporanea è il ricollocamento di queste ancestrali qualità della poetica in produzioni che sappiano amalgamarne, problematicamente, forma e sostanza. La ritrovata sensibilità nei confronti della parola andrà incanalata nelle sue variabili declinazioni: testimoniali, timbriche, seriali, riproduttive, grafiche, artistiche, performative, critiche, teatrali. Soltanto in questo modo, e attraverso una conseguente visione interdisciplinare, la poesia potrà reincarnare – secondo l’accezione originaria di creazione universale – il concetto primordiale di estetica: relazione attiva nei confronti di tutti i campi della percezione.

Interiora Morti

viae inferi domus eius penetrantes interiora morti
(Proverbi, 7.27)

Prima della morte, nel tempo di una vita, vorrei tanto sapere che cosa accadeva quando non c’ero, poter salutare chi mi ha tradito. Stupito, toccherei con mano le interiora del mio corpo, nella piena presenza dei sensi, curioso, a frugare gli strati, a sentire l’odore di un nervo, il gusto del muscolo. Saprei ricomporre la disciolta cera in candela, sul comodino, nel provarmi morire un milione di volte, percependo, distinti, i rumori sudati dei rantoli. Vedere esauditi i desideri sopra elencati – ma anche gli altri, prosaici, espressi da giovane – per un momento soltanto, e poi dipartire, per sempre. Prima della morte, saprei che morire è la causa del vivere: l’esistere senza apparenza.
Sulle scale salire, nei corridoi scivolare, bussare alle porte nel buio di un prato, alle spalle di un frutteto brinato, scendere i pioli che portavano al fieno, fino al cortile ghiaioso, ai cancelli del cimitero. La primavera e l’estate, l’autunno e l’inverno ricapitolare, o dall’ultimo al primo, a ritroso, ricordare dei mesi ogni indizio. A caso recitarne una parte: gennaio stizzoso, spiritoso febbraio, maggio sognatore, giugno cantatore, settembre grappolaio, novembre triste e stanco, dicembre tutto bianco. La fine dei tempi dissimulare nel clima sereno del viaggio, con la calma di un passeggero.
Prima della morte, vorrei crepare ogni giorno di un destino più tenero e dolce, che sappia oscillare come culla, tenere il ritmo del fiato fino al tramonto, farmi sognare le siepi accanto al sentiero, scoprire il colore del nulla, l’oscuro siero del sonno. Del Mar Nero le onde solcare, in tiepida tensione – per non confondere la veglia con la partecipazione, la voce con la comprensione.

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Arcana Giuntura

a Rebecca Russo

Vivo e rivivo
Il mondo interiore
In continuazione.
Fumo la frizione
Tra tibia e fibula –
Impercettibilmente – ad ogni passo.
Nella fluida sospensione di un’arcata
Per occulta articolazione
Ciò che sono
Eccede sempre ciò che ho
Di là da ogni sensazione.

Le Fiamme della Montagna

Si biforca la valle ai piedi del monte, da sempre,
Ché la scrittura del mondo ha scavato strettoie
Per cedere alla cima del masso, alla fine rocciosa del viaggio.
Le strade rimaste, da un tempo lontano,
Erano nuove:
Sorgevano a fronte di passi, su scorci di pascolo,
Per trovare ristoro dal pozzo, alla cappella del santo patrono.
Ora quel luogo è ancora l’inizio di un corso, fiume a ritroso,
Per te, alla finestra, che sogni ammaliata:
È l’incantevole frana dell’aria, la fiaccola del firmamento,
Della battaglia il sacramento possente,
La luce animata, la scelta innocente.

La Malattia della Croce

Sacro terrore libera il mondo. Riunisci te stesso e il tuo amato nell’atto di nascita. Riprendi quel cerchio di sete, del roseto annoda le trecce: un miracolo altare, oltre il resto rimasto. Tre stracci stesi a un paletto, dell’uomo ben strana la scorza.

Malattia della croce sfiata uno sforzo. La foce ne pesca l’avanzo, ingolfata: questa storia di santo, sospiro nel chiodo del male, anima gloria. Calciare le cose, renderle inutili, nello spasmo di giorni inconclusi. Lo scontrarsi violento di porte scassate. Un rumore selvatico. La matrice: questo cedere oggetto, dove sbatte la testa e rimane l’inizio. Momento senza memoria è il fardello, supremo distacco. Un rimbombo di onde, le nubi più gonfie nel letto, a strati costretto spavento di mostro bramato. Eppure, statico accento è di dolce malanno il rifugio. Da urla ritorna la calma di grotte, l’acceso riflesso, fissato in ottuso metallo.

Calare le funi, giù al fiume adirato, rovesciare in groviglio l’estate. Un tempo d’angoscia abitare. La vita è quel cerchio di sete, un tuffo nel mare. Di cuore è la lotta: non nata, sprecata, l’idea mai venuta alla luce.

Self-Identity

Ritrarsi – dipingersi o tirarsi indietro?
Io mi ritraggo ossessivamente, propongo un’immagine di me che si discosta progressivamente dall’originale…
Io mi ritraggo ossessivamente, ad ogni mano che mi cerca indietreggio di un passo…

Io ritratto, forse nego, mento, tradisco…
Umana è questa dispersione, che è scissione: ad ogni effigie, un’interpretazione – ad ogni comunicazione, un’incomprensione! L’identità è linguaggio: attributo cangiante sull’assoluto sostantivo, dove il verbo è sempre transitivo. Messaggio scorrente su esistenza vuota consente il vettore di energia, che sposta senza oggetto la casa dell’attore: il viaggio!

Una volta scoperto l’ingranaggio, manifestato il meccanismo, io non tratto più, resto senza credenziali, sono puro, circolare, esprimo ciò che anelo…
Ad un tratto, sono autenticamente il velo! Candidamente, non mi devo ri-velare…

Nel Tempo del Contrabbando

A questa scrittura assoggettarsi, mai soggetto della stessa. Soggiogato dall’impero, non sapersi più riflesso. Ascendente questo angolo di pelago, tra i sudari e le veroniche. Un copricapo per il caldo, levato per la messa. Anni d’assenza, specchi infranti, aperte le finestre. Sulla strada dell’orto, tra lavanda e maggiorana, il riverbero cicala. Tradizione antica per un vento leggero, una fiaccola vita, una povera patria.

Partire, prima, in veste di ambascia, in fiamme i calzari, e la gloria descrivere. Comporre in marcia continua, senza parlare, un precario abitare a picco su scogli, nel tempo del contrabbando. Vivere ladro e servo di dio, ribadire i confini del mondo e scandirli nel viaggio, seguendo la spiaggia. Coraggio riprendere, per restare lontano da casa, per cedere un limite al giorno.

Da rive deserte lo scoprirsi del tufo, le radici della vite longeva. Antri silenti rivisitare, e la mensa del monastero. Rivedere, al ritorno, un orlo ricamo impresso su tazza, la caraffa d’argilla sul davanzale.

La Dipartita delle Parti

a Jean-Paul Charles

Un passo al di fuori sta il pittore, affacciato all’intuizione, con il raggio d’azione delle mani stretto saldamente dalla vista. Ma l’artista scavalca ogni confine e lascia tracce, depone come uccello il suo carico futuro: fardello di monaco in passaggio, straniero spaesato di fronte al santuario, stazione sperduta del pellegrinaggio.

Le reliquie sono sue: le sue parti dipartite. La sepoltura è ormai conclusa: defunto ed interrato, il suo pianto rigermoglia già nell’altro. Penitenza è consumata nelle asperità del viaggio, devozione è collaudata sulla gratuità dell’atto, il coraggio visitato in ginocchio al colonnato. Povertà ritorna sempre, tre volte ogni giornata, tradita nella notte, dai fumi amplificati, prima che il gallo abbia cantato: l’imbarazzo dell’affronto lascia l’uomo liberato, peccato necessario, ammesso e perdonato.

Come lui non camminiamo, come lui non respiriamo: è un animale esaltato dagli istinti, confonde il prima con il dopo e prende il tutto per il niente, il quadro non distingue da cornice, la causa riduce nell’effetto, e scambia con il prossimo se stesso…

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Ivan Fassio (Asti, 1979), scrittore, performer, critico d’arte, curatore, organizzatore di manifestazioni artistiche e letterarie. Collaboratore delle versioni cartacee e digitali di Exibart, Juliet Art Magazine e Verso l’Arte per recensioni di mostre, interviste, articoli dedicati all’editoria d’arte e al sistema dell’arte contemporanea, gestisce indipendentemente una serie di progetti letterari, curatoriali, creativi e critici on line su siti e blog. Il suo primo libro, “Fuori fuoco”, è stato pubblicato per le Edizioni Smasher nel 2013 con una prefazione di Ezio Gribaudo. Ha curato, con testi introduttivi, saggi e poesie, i cataloghi “Genesi Cosmiche” di Davide Binello per la Collana Disegno Diverso, “Le Voyage” di Jean-Paul Charles e “Il Rumore dell’Acqua” di Marco Memeo per PRINP Editoria d’Arte 2.0, “I Cavalli” e “I Velieri” di Ezio Gribaudo. Ha ideato, insieme al compositore Diego Razza, la performance di interazione poetico-musicale “Mystic Gallery Show”, che propone in gallerie d’arte e per manifestazioni letterarie e culturali. Cura, insieme a Fabrizio Bonci, la rassegna multidisciplinare “Oblom Poesia”.

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