OLYMPUS DIGITAL CAMERANon credo che la poesia debba insegnare qualcosa; lo ha fatto in passato, quando mancavano altri mezzi per dire la verità alla gente. Ma ha perso questa sua funzione con la genesi del romanzo e della critica in generale. Le è rimasta la funzione del piacere, puro, estetico, ed è ciò che deve fare. Sembra strano, ma quando la poesia insegnava era anche bella, e ora che non ha più quella funzione ha perduto anche la bellezza. Non sono così ottimista da credere che la Poesia (o una poesia) possa salvare il mondo; al massimo può rappresentarlo, mostrarlo, ma non agire su di esso.
La poesia italiana odierna pare essersi allontanata da quello che Mallarmé chiamava il ”mistero” che è l’oggetto primario della ricerca poetica: e cioè l’essenza nascosta, misteriosa appunto, della realtà. Si è invece fatto largo un realismo quotidiano, minimalista, che ha ridotto il campo di indagine del poeta alla piccola porzione di mondo che lo circonda e con cui egli ha a che fare, nella pia illusione che tutto è poesia. Il lato nascosto, ”oscuro” verrebbe voglia di chiamarlo, è stato abbandonato perché troppo nascosto, troppo strano, poco redditizio.
La poesia, per ciò che mi riguarda, è l’equilibrio di tre fattori (non li metto in ordine di importanza): tecnica, cultura, tensione alla bellezza.
La tecnica oggigiorno, a parte qualche raro esempio, è bollata come vecchiume, magari solo perché è difficile da padroneggiare ed è più comodo andare a capo ogni tanto, quasi per sfizio. Con tecnica intendo poi, oltre alla metrica regolare, anche la scelta delle parole, dei ritmi, delle contrapposizioni, etc.
La cultura è la base da cui partire, con cui sfinarsi, con cui anche confrontarsi, su cui imparare.
La tensione alla bellezza (e quindi al piacere che essa provoca attraverso certe emozioni) si ottiene con l’immagine, pura e semplice; il poeta deve sparire dalla poesia, lasciare spazio alle cose e al loro mistero. E’ la via che vorrei seguire, che ho già tentato di seguire, e la prima cosa che vorrei riuscire a fare è togliere ”io” ed ogni altro riferimento personale in ciò che scrivo. E’ difficile: se togliamo ”io” chi resta? ”Tu”, o qualche altro personaggio.
Ciò che dovrebbe rimanere, invece, è il simbolo, che esce dall’immagine pura, senza legami. Io voglio spersonalizzare la (mia) poesia.

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Pomeriggio

Ed era la nostra ombra soltanto
giù dalle balze, dai bricchi
appena tracciati tra cielo e mare,
dove i sentieri finiscono in niente
in un silenzio di cose e di gente.

Distanti da tutto questi tuoi occhi.

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Felci

L’odore triste di felci tagliate,
sotto la montagna il gorgo rimuore –

le donne che ridono del dolore,
ombre lunghe nel vuoto dell’estate.

* * *

Foglie nella fontana

Corolle sfaldate, nella fontana
le foglie dell’acero raggrumano
stinte, lontano dai bordi che schiumano.

Silente, la luna di spente fiaccole
che ride triste dalle colline,
eco sottile, o polvere di crine.

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Gabriele Marchetti, nato a Lecco il 2 luglio 1979, diplomato all’istituto magistrale, laureato in Lettere Moderne alla Statale di Milano con una tesi di filologia romanza sulla letteratura arturiana spagnola, autore di ”Urla nell’acqua” (OTMA, 2013), raccolta di poesie, e di ”Il vento e il mare” (Corebook, 2013), romanzo.
Autori preferiti: lirica delle origini, D’Annunzio, Carducci, G.B. Marino, Rimbaud, Mallarmè, Montale, Esenin, Quasimodo, Nika Turbina, il Pasolini friulano.

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