scrivaniaForse scrivo, per non andare in giro a dare pugni. E’ la rabbia che incide e si ferma sulla carta che non taglia. Che tace e grida. In silenzio.  E’ una  cura dell’anima. Una strategia antica pescata dagli archetipi dei sentimenti,  che mi unisce al mondo.  Ognuno ha la sua. E’ come pennellare  fard sulle guance per regalarsi un attimo di apparente bellezza. Illude di coprire le rughe del tempo.  Scatto foto di sensazioni per fermarle sui negativi delle parole. E’ un guardarsi in controluce per nascondersi.  Un truccarsi allo specchio per fingere un contegno o semplicemente per farsi una coccola.  E’  come avere un angolo dove poter camminare scalzi, senza che nessuno ti additi. Per sentirsi liberi anche là dove il mondo mette grate e catenacci alle porte dell’anima. Da pochissimo tempo ho tolto i fogli dai cassetti, perché se le parole non hanno una spalla sulla quale appoggiarsi  si imprigionano da sole. Scrivo ‘di seguito’, periodi che non sono poesia. Poi li spezzo. Quasi a voler dare ad un periodo povero, ma troppo pesante per restare dentro ad una riga,  un tentativo apparente di poesia. Perché scrivere poesia è di  tutti. E io ne ho bisogno visceralmente,  come del pane, dell’acqua, del profumo. La bellezza invece, quella vera, continuo a leggerla nella poesia degli altri.

*
Lento il pensiero.
Tra grani di pioggia
che rigano lo sguardo.
Ruvidi
come folate di chicchi.
Graffiano
come lame di cielo
che strappano spiccioli
a tasche senza soldi.
Scalzano braccia
che spostano sacchi vuoti
nel porto
della polvere
Fatica che sfregia
l’essenza intatta della memoria.
Non restano
che gocce di sassi
per piangere paghe vuote.
Ruota il mulino della mente.
Specchia onde instabili di pale
mosse da nebbia di fiume
tra farina di pioggia
che gonfia
una palla di fame
senza  parole di spighe.

**
Fermo immagine di pelle
Negativi in controluce
nella cassa armonica di una chitarra.
Le dita affondano
carezze di accordi
sul tappeto bianco
di uno spartito di raso
senza cuscino.
Corre
la città ignara e puttana
al di là delle imposte.
S’affretta
su spilli di ciottoli
sfibrati dall’apparenza.
Fruga
E non s’accorge.
C’è un riflesso di fari
in uno spicchio di luna
Il vociare dei passi
in un calice di sete.
L’armonia è un tocco.
Scosta tende intatte
da linee di mani.
Spoglia l’anima
da frange di camicia.
Sussurra foglie
a parole fossili.
Scuce orli di pantaloni
a pizzi di giarrettiere.
Intreccio di  corpi su sipari di labbra
schiusi al controluce in ombra
di una scatola che inganna
una nota.
Fuggita dal tempo
nuda
bagnata  solo di pelle e sale.

***
Quadrifoglio di lame
nell’invettiva del vuoto.
In un monologo di voce
che parla
all’eco di Sisifo.
Rintocca.  Tuono di pietra a pendolo
sul baratro del ripetersi stanco
della salita a una stella futile.
E’ gioco d’azzardo
il passo. Asfissia di corsa
che sbatte
contro la luce al neon
di un tempo fossile
che ruba un sogno di pelle
alla fila macabra
di una cartella esattoriale di vita.
Non restano che soffi di fiume
per perdersi in spicchi aspri di golena.
Nel silenzio stanco della sera
scorre la stele che aggrappa
mani e piedi
a catene d’ortica selvatica.
Intrecci di ruggine e malta
nel vibrare del pioppo
che ascolta. Della folaga che incalza.
Dell’allocco che graffia.
Cantano voci di buio.
Nella notte che tesse
filo spinato di baratro
allo specchio  gratuito dell’acqua.
Un coro vivo di foglie ed ali
che nell’alluvione dell’anima
per un  battito
libera.

 

scrivo dal muroClaudia Fortini è nata a Bondeno in provincia di Ferrara nel 1968. Si è laureata in lettere moderne all’Università di Bologna. E’ giornalista pubblicista. Dal 1993 scrive quotidianamente  sulle pagine de ‘Il Resto del Carlino’. E’ un corrispondente. Segue la cronaca, in tutti i suoi aspetti, in un angolo di pianura che conosce e ama visceralmente.  E’ educatore del sostegno scolastico nella scuole medie e superiori del modenese.

 

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