Dumas padre da giovane

Nel 1865 Alexandre Dumas passeggiava nel foyer del Théâtre Français quando da un gruppetto di spettatori gli giunsero queste parole: «Sapete. Dicono che abbia parecchio sangue nero». L’autore de I tre moschettieri si voltò e replicò: «Ma certo signori. Ho sangue di nero: mio padre era un mulatto, mio nonno un negro e il mio bisnonno una scimmia! Vedete bene che le nostre due famiglie hanno la stessa filiazione, ma in senso inverso». Suo padre Thomas-Alexandre Dumas era nato nel 1762 nella colonia francese di Saint Domingue, l’attuale Haiti, figlio del nobile Alexandre Antoine Davy de La Pailleterie, generale d’artiglieria e di una schiava di colore, Marie Césette che tutti chiamavano “la femme du mas” cioè la donna della masseria. Nell’isola la popolazione originaria era stata gradualmente sterminata e vi erano stati deportati schiavi africani per un’economia di piantagione, vi erano coltivati infatti canne da zucchero,  cotone e tabacco. Alla morte della donna, Davy vendette i suoi figli per pagarsi la traversata e partì per la Francia, qualche tempo dopo tornò nell’isola, riscattò il primogenito ormai adolescente e lo condusse con sé. Il ragazzo, dopo aver ricevuto l’educazione tipica di un gentiluomo dei suoi tempi, divenne un abile spadaccino e, in seguito a contrasti con il padre, rinunciò ai titoli nobiliari e al suo cognome, acquisendo quello della madre. A ventiquattro anni si arruolò nell’esercito francese, ben presto per i meriti militari divenne colonnello, poi generale a 31 anni, il primo generale francese di origini afro-caraibiche. Le cronache militari del tempo lo descrivono come un generale apprezzato e stimato e pare che di questa popolarità Napoleone non fosse contento. Sposò la figlia di un albergatore, Marie Labouret, partecipò alle campagne in Vandea, d’Italia e di Egitto, dimostrando eccezionale valore e straordinaria forza fisica. Durante quest’ultima campagna il generale Dumas, definito “diavolo nero” dagli austriaci, disse pubblicamente a Napoleone che l’invasione dell’Egitto gli appariva ingiustificata e che avrebbe continuato a combattere con lui solo se avesse fatto gli interessi della Francia e non i propri. Napoleone, infuriato, lo accusò di essere un disertore, così il generale fu congedato e non potè più prestare servizio nell’esercito francese. Il vascello La belle maltaise che lo riportava in patria fu costretto a fermarsi a Taranto per gravi avarie e l’equipaggio fu catturato dai sanfedisti di Fabrizio Ruffo e consegnato ai Borboni. Il generale Dumas, dopo un periodo di quarantena nel lazzaretto, fu rinchiuso per due anni in una cella del Castello Aragonese di Taranto con il geologo Dolomieu (a lui si deve il nome delle Dolomiti, delle cui rocce studiò la composizione chimica). La Francia non provò neanche a negoziare il suo rilascio. Quando venne liberato, dopo la battaglia di Marengo, il generale era un uomo distrutto dalle privazioni e dai tentativi di avvelenamento con arsenico, era semiparalizzato e cieco da un occhio. In Francia intanto nel 1802 un decreto napoleonico introduceva nuovamente le leggi razziali mentre a Saint-Domingue gli schiavi insorgevano e lottavano per l’indipendenza dalla madrepatria. Al ritorno in patria al generale Dumas non venne neppure assegnata una pensione e nel 1806, a soli 43 anni sarebbe morto di cancro quando suo figlio, il piccolo Alexandre, futuro autore de “Il Conte di Montecristo” aveva poco più di tre anni. Così la vedova Labouret ricordò l’ex generale in una lettera del 1814: «era un soldato che il fato delle battaglie ha risparmiato ma che è morto nella miseria e nel dolore, senza decorazioni né compensazioni militari, vittima dell’implacabile odio di Napoleone e della sua propria bontà d’animo». Al generale Dumas infatti fu dedicata solo una statua a Malesherbes (ora conosciuta come la Place du Génèral-Catroux), eretta a Parigi nel 1913 ma distrutta negli anni quaranta del ‘900 dall’esercito nazista. In Mes Mémoires, il romanziere francese avrebbe ricostruito la biografia di suo padre attraverso i ricordi personali, quelli della madre e le testimonianze degli amici. Ne sarebbe uscito un personaggio le cui imprese mirabolanti avrebbero caratterizzato le successive vicende letterarie de I tre Moschettieri e de Il Conte di Montecristo. Il protagonista di uno dei più famosi romanzi d’appendice dell’Ottocento, Il Conte di Montecristo dunque fu ispirato allo scrittore dalla figura del padre, unico generale nero dell’esercito del Bonaparte. La prigionia di Edmond Dantes nel castello d’If riprende proprio l’esperienza del generale Dumas nel castello di Taranto mentre la figura dell’abate Farìa ricorderebbe quella di Dolomieu, allo stesso modo la sua leggendaria abilità nella scherma trova riferimento nella storia de I tre Moschettieri. Anche Montecristo non era solo l’isoletta dell’arcipelago toscano ma anche un villaggio situato sulla costa di Saint-Domingue. Dopo innumerevoli versioni cinematografiche dedicate alla storia de “Il Conte di Montecristo”, nel 2010 è uscito in Francia L’autre Dumas, un film di Safy Nebbou interpretato da Gérard Depardieu. Per il fatto che il protagonista che interpretava il generale Dumas fosse bianco e biondo scoppiò una polemica sul fatto che si occultasse l’origine nera del generale, ne scaturirono dibattiti sulla diversità e sulla promozione delle minoranze etniche in Francia, data la forte componente nera e maghrebina. La vicenda del generale Dumas ha spinto il giornalista scrittore Tom Reiss a realizzare un’opera di quattrocento pagine edita dalla Crown Publishers Group, dopo aver ricercato fonti nel corso di un decennio e raccolto testimonianze tra Francia, Caraibi, Taranto e Medio Oriente. Temi come la vendetta e il ricordo che sopravvivono al tempo e alle avversità, si intrecciano in tutta la biografia firmata da Tom Reiss. Fin dalla sua pubblicazione, il 18 Settembre 2012, il Conte Nero (The Black Count) di Reiss ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti, il più importante il Premio Pulitzer per la biografia nel 2013, proprio per la narrazione avvincente quanto un romanzo del generale Thomas Alexandre Dumas, una storia di cappa e spada talmente vera da superare la fantasia del suo autore.

 [Deborah Mega]

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