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La poesia secondo me ha una funzione eminentemente catartica. La catarsi era per il vecchio Aristotele una purificazione dalle passioni e dal dolore per mezzo dell’arte. La scrittura poetica – come ogni altra espressione creativa – assolve per me soprattutto a questa funzione. Mi permette di osservare me stesso e il mondo attraverso uno specchio che è nel contempo sincero e gratificante. Si tratta dunque di una forma di autoterapia. Ma se poi a questa operazione riesce (cosa che non sta all’autore giudicare) di raggiungere una dignità estetica, ecco allora che l’autoterapia si trasforma in un dono benefico per tutti i lettori. Una delle forme più nobili – meno sospette – di altruismo.

 

Carpe diem

Della fronte alta del mattino e del saluto suo
regale, dei bambini che strillano giù
in strada, del nido d’api che zampilla
oro nello spigolo azzurro d’ombra
del sottotetto, della raffica di
mi ami? esplosa nel cielo alla sua
lei per la bocca del telefonino
dal ragazzino del terzo piano, dell’aria
viva di voli e dolce di bucato steso
da tua moglie a veleggiare. Di questo, solo
di questo ti vorresti curare. Non per ansiose
concentriche spirali strologare
a sensi ciechi all’oggi e lente
rovesciata del binocolo
nel precipizio dell’altrove
e del domani, né con il pendolo
del cucchiaio ritentare il grumo
semiliquido di miele che s’acquatta
beffardo tra fondi di caffè
d’orzo, scuri nel pozzo
oscuro della tazza.

Dopo la festa

Il vento dei saluti è risucchiato
dal calpestio fitto, giù
nel nero imbuto
delle scale. Chiuso di scatto
il portone, di qua – nella persa
bonaccia dell’ora – nuotano sulla tovaglia
pungenti briciole che non torneranno
pane, sugheri slabbrati esuli
per sempre ciascuno dall’ebbra
gelosa intimità col proprio
collo di bottiglia, sbrindelli
di panna e cioccolato
inetti a rimischiarsi nel perfetto
crogiolo della torta: pianeti
rari di sistemi esplosi
che neppure desiderano oramai
l’armonia originale. Solitarie
si baciano intanto a mezzanotte
le lancette nel cerchio dell’alcova, saziano
un fioco ardore nel castigato
rettilineo amplesso di un minuto
secondo. Lievi la nostalgia
poi le separa, consce – mano
annodata nella mano
in saldo centro d’amore –
di ritrovarsi tra un’ora.

Notte d’Agosto

Mi rigiro nel letto, braccato
dal fiato sgradevole del buio. Meteore
amare dal braciere dei visceri, ceneri
riattizzate di ringhiosi rimorsi. Poi
un refolo per la finestra spalancata
rimbalza sul calidario del lenzuolo
mi lambe i piedi, grato come grata
l’acqua intepidita di schiuma
ingelosiva i passi di un bambino
impertinente ad affondarli nella sabbia
mobile della battigia, lì dove terra
e mare gli parevano sotto il sole
furtivamente amarsi, donna lei
che apriva il grembo intenerito
alla carezza di lui, liquida
e possente.


Paolo Mazzocchini (Castelfidardo, 6.10.1955), insegnante di lettere e studioso di letteratura classica e leopardiana, autore di testi scolastici e scrittore. Nel suo settore di studi ha prodotto numerosi articoli raccolti in gran parte nella miscellanea Noctes vigilare serenas (Aracne, Roma 2010); una monografia sulla rappresentazione virgiliana della guerra (Forme e significati della narrazione bellica nell’epos virgiliano, Schena, Fasano 2000); una edizione critica commentata della Titanomachia di Esiodo di Giacomo Leopardi (Salerno, Roma 2005); ed un paio di antologie tematiche scolastiche di letteratura latina presso l’Editore Canova (Treviso 2004-05). Recentemente ha rivolto il suo interesse anche alla saggistica d’opinione ed alla scrittura creativa. In proposito ha pubblicato un paio di pamphlet sui guasti della scuola superiore italiana (La scuola del P(L)OF, Aracne, Roma 20082; Studenti nel paese dei balocchi – Lettera di un insegnante a un genitore, Aracne, Roma 2007). È inoltre autore di una raccolta di racconti (L’anello che non tiene, Aracne, Roma 20132) e di una recentissima raccolta di poesie (Zero termico, Italic Pequod, Ancona 2014). Collabora a riviste didattiche e letterarie (La Nuova Secondaria; L’indice dei Libri Scuola).

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