Quarantatré quanti i suoi anni sono i testi che compongono il secondo libro di poesie di Salvatore Sblando, Ogni volta che pronuncio te, edito da La Vita Felice.

Tre sono le sezioni che costituiscono l’opera, più l’ultima intitolata Fuori concorso. Ciascuna è introdotta da un’epigrafe iniziale, citazioni tratte da Osip Mandel’stam, Szymborska, Brodskij, Warhol. Dalla citazione di Pessoa in esergo “Essere poeta non è la mia ambizione. È la mia maniera di stare solo”, si evince la semplicità d’animo dell’autore, un’invidiabile concretezza, la stessa che non gli impone l’urgenza di pubblicare a ogni piè sospinto come si è soliti fare di questi tempi, e la solitudine produttiva da cui emerge spontanea la creazione. Il libro prende forma dalle sensazioni trasmesse e suggerite dalla realtà, e in questo senso un’insoddisfazione latente, dovuta all’impossibilità di far durare l’attimo e alla difficoltà di cogliere l’essenza, permea tutta l’opera ma allo stesso tempo c’è fiducia e speranza verso un mistero sconosciuto più grande di noi.

Poesia che “sente” il mondo e l’altro quella di Sblando e che trae origine dal sé, da esperienze e condizioni individuali ma facilmente condivisibili.

Allo stesso tempo traspare un senso di inadeguatezza, è l’inappartenenza messa a fuoco da Montale e già rilevata da D. Rondoni, autore della prefazione, intesa come non appartenenza al reale. Sblando, nella poesia che apre la raccolta, presenta la propria come una “generazione che regge l’alcool / ma non l’amore”, che è come dire che si è pronti e temprati a sensazioni forti indotte, mirate al corpo ma non a essere (s)travolti dall’amore forse inteso come legame, abitudine, condizione statica e costante.

Di contro però “attendiamo il tempo dell’appartenenza”, a qualcuno, a un obiettivo, a un ideale, al tempo stesso, lessema ricorrente in molte poesie e utilizzato per la sua inesorabile mobilità che rende effimera ogni realtà, perché attraversa noi e i luoghi, per la sua corsa continua e inarrestabile, perché entità a cui chiedere fiducia.

Ricorda il tema pirandelliano della maschera l’autore quando dice che siamo “singolare moltitudine fra specchi deformati”, una massa di persone diverse tra di loro e che hanno una percezione della realtà differente l’una dall’altra, alla ricerca di una direzione precisa.

Il gioco di specchi si riferisce allo sdoppiamento dell’autore che si riflette in altre persone. Esprime in questo senso la condizione della società contemporanea in cui la massificazione ci rende tutti-nessuno.

Un libro sincero, intimo e profondo, capace di ammettere con autoironia e spirito critico la propria umana imperfezione. Emerge dalla citazione di Brodskij la necessità della scrittura anche se non c’è ascolto, anche se è difficile esprimere i propri sentimenti: “Siamo le parole che non scriviamo”, il non detto, il taciuto, e in questa incomunicabilità, neanche l’altro si rivela “Siamo la voce che non sentiamo”. Infine c’è il Trittico della carne, dedicato al corpo proprio e dell’amata e qui il miracolo della poesia è compiuto dalla concentrazione ritmica ed emotiva che ne traspare.

La visione dell’autore, attraverso un’interessante sintesi di linguaggio colto e colloquiale, aulico e familiare, rappresenta quasi un diario lirico e una variegata fenomenologia di condizioni esistenziali: incontri, ricordi, attese che, tra una corsa e l’altra, quelle che Sblando compie nella sua quotidianità, convincono che “Esiste certo / la speranza…sopra l’ardore / della meraviglia”.

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