come nel vento
petali di ciliegio
i nostri giorni

*

una cicala
non smette di cantare
sera d’estate

*

solo una riga
di rosso dentro il buio
e poi più niente

*

bruciano incensi
dal freddo della pietra
non c’è risposta

*

nel bambù verde
il suono della pioggia
– addormentarsi

*

solo una volta
sul ponte delle gazze
per incontrarti

*

nascono gemme
nel vento è tutto odore
di primavera

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L’haiku è un gioco, una sfida, un diletto, una nostalgia, un piacere estetico, una ricerca del senso profondo delle parole. Non è una forma poetica che si adatti disin¬voltamente alla lingua italiana: il ritmo è per noi inusuale, la melo¬dia ha regole diverse. L’Italiano è una lingua sovrabbondante, rotonda, traboccante di sillabe; nella sua scheletrica limpidezza l’haiku è invece lineare e nudo, un tratto calligrafico più che un dipinto. Costringe a ripensare intensamente e rigorosamente al rapporto tra “oggetto”, “parola”, “suono”, “pensiero”. È lo sguar¬do che si ferma per contemplare l’infinito nel finito, l’eternità nel¬l’attimo. Vale per l’haiku ciò che Kakuzo Okakura scriveva nel secolo scorso a proposito della cerimonia del Tè: “È Dimora della Fantasia in quanto struttura effi¬mera costruita per ospitare un impulso poetico. È Dimora del Vuoto in quanto priva di ornamenti, ad eccezione di quel che vi può essere collocato per appagare l’esigenza estetica contingente. È Dimora dell’Asimmetrico in quanto consacrata al culto dell’imperfetto; si lascia volutamente qualcosa di incompiuto affin¬ché sia l’immaginazione a com¬pletarlo”. Così ho voluto solo gio¬care, ma forse nella rete qualcosa è rimasto impigliato…

Angela Fabbri è nata a Cesena nel 1962. Ha pubblicato i libri di poesia Cipria (Forum/Quinta Generazione) e L’airone dell’oblio (Nuova Compagnia Editrice). Suoi racconti e poesie sono inoltre usciti sulle riviste Forum/Quinta Generazione, Tratti, La Rosa, Graphie e nelle antologie Voce Donna (Il Vicolo 1995 e 1998).

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