ALLA POESIA DO DEL VOSSIA
Tempo uno di tre
INTERVISTA a LUCIO ZINNA

Foto Lucio Zinna 5

Quella che segue è la prima di tre interviste realizzate a poeti siciliani. Lo svolgimento delle domande è volutamente in seconda persona plurale. Un non detto di rispetto tipicamente siciliano, per ogni sorta di pluralità.

Lucio Zinna (Mazara del Vallo, 1938). Laureato in Pedagogia presso l’Università di Palermo, ha lavorato come insegnante e poi in qualità di capo d’istituto in diverse scuole palermitane. Dal 2007 vive a Bagheria. È autore di testi poetici,narrativi e di saggistica. È stato redattore e direttore di varie riviste, fra le quali «Sintesi», «Estuario» e «Arenaria». Suoi articoli e recensioni sono apparsi su importanti riviste italiane di letteratura.
In costante svisceramento delle disfunzioni sociali, la poesia di Lucio Zinna nasce da una “disperazione della sensibilità” che si traduce in amaro realismo, accentuato da una civilissima e talvolta sferzante ironia sempre rifuggente dai facili elegismi. La cronaca del quotidiano si affida a una lingua «parlata» e a tonalità meste. L’antilirismo di fondo tende a privilegiare la discorsività rispetto alla sentenza netta e al tono definitorio. Diverse le opere poetiche: Il filobus dei giorni (1964); Un rapido celiare (1974); Sàgana (1976); Tabes (1979); Dalle rotaie (1979); Equoreo (1980); Sàgana/2 (1986); Abbandonare Troia (1986); Bonsai (1989); Sàgana e dopo (1991); La casarca (1992); Il verso di vivere (1994, antologia); La porcellana più fine (2002); Poesie a mezz’aria (2009); Stramenia (2010). Suoi testi sono stati tradotti in diverse lingue europee.
note critiche di Diego Conticello -ndr-

 


 

SS: I lettori di questa rubrica sanno che la prima domanda riguarda in prima persona colui che intervisto. Carissimo Dottor Zinna immaginiamo che NiedernGasse non vi conosca e Voi non conosciate NiedernGasse, che parole utilizzerebbe per presentarsi al di fuori di quella che potrebbe essere la Vostra biografia?

LZ: Non è agevole parlare di sé. Preferirei rimandare ai miei testi poetici, nei quali sto per intero, anche indirettamente. Per il resto, posso dire che ho cercato di vivere come meglio mi è riuscito. Spesso in salita. Anche oggi. Vivo con mia moglie e una tartaruga (i figli lontani, per lavoro), dispongo solo di una pensione, che i vari governanti in continuazione grattano e minacciano (non danno pace alle pensioni: le bloccano, ne aumentano le trattenute ‘alla fonte’ – cui si abbeverano, oltre allo Stato, gli Enti Locali attraverso le “addizionali” –, abbassano asticelle, ipotizzano ricalcoli retroattivi, inconcepibili in uno Stato di diritto, ecc.), sempre, come i roditori, con la testa al cacio. È uno dei motivi per cui talvolta gli anziani appaiono ‘scorbutici’.

SS: Le mie origini come ben sapete sono siciliane, palermitane per la precisione. Pur essendo nato a Torino, ogni qualvolta mi è capitato di visitare la Sicilia, non mi sono mai sentito né straniero, né figliol prodigo. Mi sono sentito paradossalmente a casa. Non sono riuscito a spiegarmi queste sensazioni, fino a quando ascoltando la Vostra relazione durante “Uniti in poesia” del 2011 proprio a Capo D’Orlando, Voi parlaste di “Sicilitudine”. Ecco, ci potrebbe raccontare di cosa si tratta, quanto è importante avere un certo tipo di attaccamento epico e limpido alla memoria, per fare cultura e a maggior ragione, per fare cultura in Sicilia?

LZ: Ricordo quell’incontro di poeti nel 2011. Ho parlato, in quell’occasione, della poesia siciliana in lingua nel secondo Novecento, necessariamente accennando al concetto di“sicilitudine”, in auge tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Novanta del secolo scorso. Il termine, coniato dal poeta Crescenzio Cane (sulla scia della “négritude” di Senghor), ripreso da Sciascia e divulgato dall’Antigruppo, si riferiva alla condizione di separatezza e di emarginazione gravante sull’Isola, sul piano politico- economico- culturale, con pesanti riflessi in àmbito letterario, poiché i ‘giochi’ e le opportunità si concretizzano nei luoghi della cultura-Establishment, estranei all’Isola. Giuseppe Zagarrio osservò che la “sicilitudine” non andava confusa con il “sicilianismo” chiuso in se stesso né con una folklorica “sicilianità”; il Gruppo Beta (Palermo 1965-1971) avvertì che un’interpretazione non corretta poteva ingenerare una “patologia della sicilianità”. Diverso il concetto di “isolitudine”, neologismo da me coniato nel 1980 (poi ripreso da Bufalino), che si riferisce a una dimensione esistenziale, alla correlazione tra l’idea di vita nell’isola, il sentimento di solitudine dell’isolano e il sentirsi radicalmente soli nel mondo. Soli nell’isola. Chi ha radici in essa ne porta i contrassegni psicologici. C’è anche, in sottofondo, la sensazione del viaggiatore di una nave, per il quale l’imbarcazione diventa summa di ogni stabilità, al di fuori della quale si è naufraghi. L’isola è nave, la nave è isola. All’isola si resta spesso legati, anche se lontani da essa, come l’ostrica allo scoglio. Oggi, chi opera in ambito culturale in Sicilia tende a muoversi nell’ottica di una sicilianità aperta, consapevole dei condizionamenti e delle prevaricazioni ma anche degli errori e dei difetti dei siciliani, in un rapporto interattivo con il resto del mondo, facendo dell’Isola una sorta di osservatorio privilegiato. continua a leggere su NiedernGasse

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