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Fidati di me.
Lasciamo riposare le parole.
Affidati ai miei sguardi
ai miei pugni chiusi.
Fidati di me.
Lasciamo riscaldare queste mani.
Ti affido i miei silenzi
le mie labbra serrate.

Non c’è tempo
fidati
per non cercarsi.

Nelle poesie di Claudia Chiapparrone i versi hanno sembianze di pennellate messe una sotto l’altra, con accostamenti talora armonici e talora dissonanti; e in tal modo la fruizione della sua espressione poetica è data dall’insieme cognitivo che è dato da cogliere nella totalità del testo. Quasi per assurdo, ogni verso potrebbe avere vita propria, esprimere un pensiero o un concetto ben definito, ma in maniera sorprendente ciascun verso va a collegarsi ad un altro, oppure ad una sequenza – a volte anche incalzante oppure con un incedere più arioso – d’immagini che non rimangono dentro un discorso concluso o risolutivo, ma che rimandano ad ulteriori interrogativi e ad ulteriori riflessioni su quello che l’autrice va a proporre come oggetto della sua comunicazione più o meno aperta.
L’autrice privilegia la componente umana del vissuto, e sembra mettere in campo tutt’e cinque i sensi per captare quello che emerge dalla consistenza dei giorni e che merita di essere posto in risalto, come a voler catturare ogni momento del proprio cammino, ogni valida pulsione che le si presenta e che sa ben riconoscere, per cercare di separarla al fine di darle un valore, come pure per dare convenientemente un senso alla normalità degli accadimenti personali che si vanno ad interiorizzare dentro quello spettro esistenziale che appartiene al suo modo di essere, rivelando fra l’altro una sorta di urgenza del dire (se non proprio una necessità del dire), e addirittura sembra che provi quasi una gioia nel voler trasmettere quelle che sono le sensazioni che le arrivano in maniera improvvisa e incontrollata dal flusso della sua osservazione, emozioni che vanno a cercare subito una mediazione da parte dell’autrice stessa.
E, in effetti, Claudia confida in maniera evidente in quella che è “la comunicazione”, che – l’esperienza ci insegna – non può e non deve avvenire “cum unica azione” perché sappiamo bene che chi legge, a sua volta intenderà e proverà altri movimenti, altre vibrazioni all’interno del proprio essere sensibile e percettivo. L’azione preminente sembra comunque essere quella della ricerca di una “condivisione” che possa instaurare un sincero confronto, e che possa restituire sicurezza e rinnovato intuito al suo già fresco poetare.
Volendo usare la lente d’ingrandimento, diremo che a questo suo modo di raccontarsi poeticamente in maniera schietta e spontanea, fa corrispondere un linguaggio abbastanza scorrevole ed immediato, senza forzature o acrobazie lessicali di sorta, linguaggio che comunque mette già in evidenza quei contrasti di vita e quei dualismi esistenziali che appartengono maggiormente ad un’età in cui ancora tutto deve esplodere e in cui il futuro si deve ancora dichiarare; e in effetti nella poesia della Chiapparrone forse mancano per adesso quegli affondi che sicuramente arriveranno quanto prima, allorquando i giorni metteranno più squame, allorquando gli altri misteri della vita e dei rapporti umani le chiederanno di tracimare inevitabilmente sui suoi versi. Un linguaggio, dicevo, che spesso impugna con levità la parola innamorata, una parola pregna della giusta tensione e che, nel suo volgere, tende ad incarnare la dolcezza d’un rapporto a due fatto a volte di silenzi, se tali silenzi – insieme a dei particolari gesti d’intesa – condurranno a verificare pienamente la fondatezza d’un pensiero o di un sentire comune.
Claudia Chiapparrone già dà prova d’intuire quali sono i canoni espressivi che portano alla manifestazione poetica, dà pure prova di essere consapevole del bisogno di ampliare ancora di più il campo visivo e di sciogliere dentro un maggiore respiro quelle che sono le sensazioni e le immagini che in maniera puntuale sa cogliere nel vasto panorama della propria sensibilità poetica, che attualmente risulta molto viva e propositiva.

Nicola Romano


 

DONNE

Siamo così:
conchiglie di carta
stropicciate.
Carezze discrete
dietro pugni di velluto
contengono
granelli di cemento.
Sorridiamo così:

con gli sguardi
accartocciati
sul caffè.

MALDESTRA

Io sì: sono tenera.
Ingarbuglio le dita
e ti siedo accanto
cullando il non detto
in un petto educato.

Io sì: sono tenera.
Socchiudo le ciglia
e ti siedo accanto
strizzando il non detto
in un pugno serrato.

Io sì: sono tenera.
Ti porgo una mano.
E la tua?

Preziosa carezza di vetro.

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“la poesia è la forma di comunicazione che più mi fa sentire a mio agio. I versi (di cui mi servo a scopo terapeutico) mi permettono di veicolare le emozioni che probabilmente riuscirei comunque ad esprimere, ma non senza una punta di imbarazzo.”

Claudia Chiapparrone, nata ad Erice il 6.1.1989, vive a Palermo.
Conseguita la laurea in giurisprudenza con un tesi in materia di “immigrazione irregolare processo penale e diritti umani”, consegue il titolo di avvocato lo scorso 6 ottobre.
Da quando ha iniziato a prestare opera di volontariato presso La danza delle ombre Onlus (Associazione cittadina che si occupa dei “senza fissa dimora”), ha riscoperto la bellezza della semplicità, insieme all’importanza delle relazioni umane.

Nel 2014 ha ricevuto la menzione d’onore – sezione B – alla 6° edizione del Concorso Nazionale di Poesia “Chiaramonte Gulfi Città dei Musei”.

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