Una notte che mai muore
sotto un cielo di crine
che a stento piega
le sue doglie, il suo dolore.
Un rifugio immobile
la gabbia di un coniglio
il calice segreto della terra
che ha appena partorito un figlio.

*

All’alba

Sorprendermi così, senza avvisare
come un randagio sulla coda
che ama sbobinare
tutti i suoi pasti futuri,
devo sobillare sui gabbiani
un’insinuazione taciuta
e tutto il mondo mi è fraterno
dal mio piccolo balcone di casa.

*

La tavola è rossa, imbandita
e una madre da lontano
sfinita china la sua mano
sui frutti della casa.
I bambini nascono tre volte,
coi piedini dondolanti
aspettano il pandoro
e suoni uno dopo l’altro
di campanelle d’oro
scoccano alla sera
da finestra a finestra
come zolle che aratri
uniscono per la prossima raccolta.

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“Mi sono sempre domandato, non a caso, cosa fosse la poesia e cosa fosse per me. Non credo che ne darò mai una spiegazione esaustiva da qui alla mia morte, anche perché sento la vita della poesia come essa sente me suo portavoce, un veicolo. Ho iniziato a comprendere dall’età di circa dodici anni, che tramite una serie di intrecci semiotici potevo dar corpo ad un vissuto concreto, che potesse dispiegare la mia volontà all’interno della vita che stavo vivendo. Un bambino è sempre sul punto di morire, vive nel pericolo costante, ma è anche catalizzatore di vita, e credo che sia stato questo il motore propulsivo e contraddittorio, che mi ha spinto a generarmi nella poesia. La mia prima scrittura è iniziata con dei brevi racconti e delle brevi poesie, scritti a penna su un quaderno a righe, che purtroppo è andato perso. Contemporaneamente vi furono svariate letture, da Hesse ai testi sacri su induismo e buddismo, mi sono buttato a capofitto su quegli autori che poi mi avrebbero formato, Pasolini su tutti e poi Rimbaud, Baudelaire, Campana e via via Penna, Sereni, Bellezza, Piccolo. Ho anche febbrilmente espatriato con Bukowski, Ginsberg, Corso e i russi Esenin, Majakovskij, Mandel’Stam. Quel bambino ha scoperto un mondo di segni che lo avrebbe portato al desiderio incessante di crearli, di generarli. Quando apri bocca ne escono fuori inevitabilmente i segni del passato, in te sgorga tutto il mondo conosciuto, la tua volontà è come una vela a pieno vento, ne godi quando la prua spacca le onde e va’… dritta. Adesso non saprei scrivere circa la mia poesia, non ne ho assolutamente idea, questo compito preferisco lasciarlo ai lettori e alla critica. Detto ciò, però, tengo a dire che la poesia ha sempre al centro se stessa, si descrive da sola, come ho anche sostenuto svariate volte, la poesia ha una vita propria, respira e si nutre da sé. Ma non vi nascondo che sotto questa lunga coperta calda, si sta proprio bene. Avete presente quando il bambino, dentro il ventre della madre, si rannicchia in posizione fetale? Non cerca altro, non vuole nulla, lui è la poesia di se stesso e di quella madre che lo concepirà.”

Davide Gariti è nato a Palermo il 3 Settembre del 1976, dove si è diplomato in ragioneria. Ha iniziato a scrivere in versi all’età di tredici anni, seguendo ed inseguendo, più in là, un percorso di variegate letture. Nel 2003 la sua prima menzione d’onore, assegnatagli al premio Inycon, con la poesia “la terra tremante”, alla presenza di Mario Luzi (in giuria) ed inserita nell’antologia Poliantèa (ed. Mazzotta). La seconda menzione d’onore arriva all’interno di una delle sezioni che hanno preceduto il premio G. Tomasi di Lampedusa nel 2005. Nel 2010, inoltre, ha pubblicato all’interno dell’antologia poetica Calpestare l’oblio a cura di Gianni D’Elia, Davide Nota e Fabio Orecchini, con la poesia “sulle spalle del niente”. È presente su diverse riviste on line, quali LaRecherche.it, La Gru, Lacameradoppia.org, Pasolini.net e L’estroverso.it. Nel 2014 ha pubblicato la sua prima silloge di poesie, in E-book, dal titolo “Due minuti all’ombra”, sulla rivista ‘LaRecherche.it’:

http://www.larecherche.it/public/librolibero/Due_minuti_all_ombra_di_Davide_Gariti.pdf
http://www.larecherche.it/ebook_iframe_e-book.asp?Id=171

 

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