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Di seguito, pubblichiamo il primo dei tre interventi di Emilio Paolo Taormina, Nicola Romano e Franca Alaimo, interpretati durante la presentazione del libro di Salvatore Sblando “Ogni volta che pronuncio te”, svoltasi a Palermo lo scorso 13 aprile 2016 alla Libreria Macaione.


 

Con Salvatore Sblando siamo diventati amici tramite facebook. Rari messaggi di necessità e molta stima reciproca nata dalla lettura dei testi in rete. Nei miei quasi settantaotto  anni di vita ho attraversato un tempo tumultuoso. Dalla radio a galena per i luoghi in cui non c’era l’energia elettrica, alla radio, all’avvento della televisione, al pc, alla mail, iPhone e infine al social network. Tutte situazioni che hanno cambiato il nostro relazionarci. Facebook permette di seguire il filo rosso e socializzare, nel bene e nel male, con le persone che hanno i nostri stessi  interessi.

All’anagrafe Salvatore Sblando è torinese, ma nato in una famiglia siciliana dal sangue forte e quindi nel suo DNA ci sono radici profonde con la sua terra di origine.

Quella delle radici nell’arte è una situazione importante. La poesia ha una lingua in cui viene scritta, ma ha anche la lingua delle radici dell’anima e cioè del nostro essere uomini: il bagaglio inseparabile di storia, di cultura, di sangue ch’è il DNA  del nostro essere  artisti. Io sono convinto, che la pittura, la poesia e le altre arti sono strettamente legate all’uomo che le ha espresse. Van Gogh, Angelo Maria Ripellino, Modigliani, Billie Holiday non avrebbero potuto esprimere la loro arte senza il fiume della loro vita, che ha dato sostanza, radici e cifra alla loro espressione.

La poesia, la musica, la pittura sono l’albero dell’artista in cui la sua vita si è stratifica come il tempo  in un tronco.

Prima d’entrare nel merito di “Ogni volta che pronuncio te” io vi dico che la mia idea di poesia è un’ipotesi negativa: io so quello che non è poesia: la mafia, la corruzione, la violenza, la guerra, la sopraffazione… Ma quella cosa chiamata poesia non è riducibile agli aridi numeri di una formula. Ci sono migliaia di modi di esprimersi. Tutto sta nella verità che con i colori, le note, le parole l’artista riesce ad esprimere e a realizzare con la partecipazione fantastica e l’intelligenza del fruitore, come dire che la poesia passando dall’artista al fruitore diviene patrimonio della cultura e dello spirito degli uomini.

Ogni artista ha un suo DNA. La poesia di Salvatore non si perde nei lambicchi delle parole rotonde e acefale, ha radici nel reale, se dovessi paragonarla ad un genere musicale l’accosterei al rock blues, per il suo incedere fitto nel contesto della vita vissuta, vista e toccata. Si parla di “portici”, “schiamazzi”, di “strade”, di “vento” e di “solitudini di asfalto” e, ancora di “arance, mandarini e mandaranci”. Ogni singola parola è un richiamo dal mondo reale al mondo poetico. La poesia di Sblando si potrebbe leggere goccia a goccia, parola a parola e ricomporre i testi come uno specchio rotto che sono l’anima dell’autore.

E ricorrono ancora le parole “tempo”, “stagioni”, “orologio”, “minuti”, “ore”, “giorni”, a segnalare che c’è un tempo esterno a noi e un tempo interiore che si affaccia dalla nostra mente come “una mansarda” aperta al mondo, accompagnato dal ticchettio dell’anima. In questo contesto il tempo ha un valore assoluto imbalsamato come un quarzo. E, ancora, il tempo: ieri, la memoria, il sangue che ci lega al sangue della terra, intesa come madre: incontri, amori come mail cestinate che lasciano segni apparentemente invisibili nella nostra memoria  e che eppure esistono. ”Oggi” in Sblando è il mondo tumultuoso che ci circonda: lavoro, incontri, politica, famiglia, lavanderia, le piccole cose quotidiane e le grandi che il poeta con pennellate fini riesce ad elevare a poesia. 

Domani è il tempo verbale al futuro, che la lingua siciliana adopera i tempi al passato per esprimere, come a dire che nulla può cambiare il percorso del tempo e dei suoi eventi, e noi siciliani ne siamo sfiorati senza possibilità di modificarlo. E questo il Poeta lo sa sulla sua pelle perché lui a Torino è un “meteque” anche se di seconda generazione e non si spiega i motivi della lontananza dalla sua amata terra  E a questo punto bisogna notare che Salvatore, anche se nato a Torino è siciliano nella mente e nella lingua. E il futuro manca perché nel contesto della vita dei siciliani, il futuro non è ipotizzabile e programmabile.

I motivi storici di questa arretratezza è da cercare nel fatto che le idee della rivoluzione francese s’erano fermate a Napoli e dintorni.  In Sicilia, di fatto, quando arrivò Garibaldi, anche se i libri scolastici non lo dicono, c’era la servitù della gleba, si vendevano i feudi con i titoli nobiliari, con le case, i pascoli, le culture e gli uomini che vi risiedevano. Come poteva esserci in queste condizioni di arretratezza un verbo al futuro?

Salvatore Sblando in “Ogni volta che pronuncio te”, libro fortemente radicato al reale, dice : “sono un tranviere/ prestato alla poesia” e questo non è uno spartiacque tra l’uomo che lavora e il poeta, anzi è un tutt’uno, perché la poesia di Sblando si fonda ed ha radici nella vita reale, con venature schive e discrete ancorate al contesto poetico.

Il filo rosso che segue la poetica di Salvatore è il tempo. Il tempo vissuto nella sua Torino e il tempo vissuto e trasmesso dai suoi cari  e vicini di casa, come nell’ironica: “arance, mandarini e mandaranci” in cui i tre frutti siciliani diventano identificativi di meridionali e di settentrionali.
Alla fine degli anni cinquanta ho vissuto un’esperienza di studente operaio in Olanda e i siciliani ci riconoscevamo nelle stazioni, in fabbrica e per le strade, come calamite nell’andatura, un po’ di pastori e un po’ di marinai, del camminare.

Il contesto di “Ogni volta che pronuncio te” è quello di una poesia diretta, schiva, originale, con una lontana eco di Angelo Maria Ripellino e di Cesare Pavese. L’uno grandissimo poeta palermitano e slavista che ancora non ha raccolto il peso della sua opera nell’ambito della letteratura italiana e l’altro, Cesare Pavese, piemontese.

In conclusione la poesia di Sblando per spiccare il volo parte dal dato reale.

“E che non sia la curva di una rotaia/ a indicarci la precisa direzione”

”Amo i miei versi quanto quelli altrui/. Lo dissi un giorno che scrissi d’amore d’amore/ senza pronunciare l’amore.”

“Siamo le parole che non scriviamo/ quelle che pronunciamo/siamo gesti tra i pensieri/ la carica a molla di un orologio / da taschino/ le poesie rubate ai malanni di Ripellino”

La poesia di Sblando si muove in punta di piedi, ma senza incertezze, direi con chirurgica precisione, sia nella parola poetica e sia nei contenuti. I suoi versi sono velati da una ironia arguta, tipicamente meridionale, che gli serve per esorcizzare il mondo doloroso che lo circonda.

Emilio Paolo Taormina

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