Maria Grazia Insinga: Persica, Ed. Anterem.

La poesia di Maria Grazia Insinga è una preziosissima architettura sonora che intreccia, talvolta in modo manifesto, più frequentemente attraverso agglutinamenti verbali di laboriosa decifrazione, le sue molteplici suggestioni ispirative: dalle letture di altre voci poetiche alla complessità labirintica del proprio io, dal disordine della materialità all’urgenza delle domande metafisiche.
Ne deriva una struggente tensione verso un’assolutezza della parola poetica a cui viene affidato il compito di purificare “il puzzo del mondo”, la forma della paura allorquando “raffiche di realtà” tentino di penetrare “il sacro recinto”, oltrepassando “la significanza” ordinaria con lo sgranare perfino “timbro e spazio”. Si concretizza, così, un’altra forma di maternità: “il figlio perfetto senza seme”, il cui nome abita il grembo della luce stessa, quella luce archetipale e frontale del mondo senza ombra alcuna.
L’autrice, desiderosa di riappropriarsi dell’integrità della parola, conduce un’operazione tanto rischiosa quanto incandescente (a causa della forza d’attrito che produce la sua personalissima lingua poetica sull’usurata pronuncia del reale), il cui risultato è spesso o un moltiplicarsi pressoché infinito di senso di singole parole (così come dell’io che le pronuncia) o una perdita totale di senso a favore del recupero di inusitati bagliori di bellezza.
Tutto questo trasforma il dire poetico in un metodo conoscitivo capace di restituire il nucleo segreto dell’esistente e di recuperare l’integrità ontologica, quell’unità pre-verbale, in cui tutto era ancora non-pronunciato e dunque non separato.
La poesia di Maria Grazia Insinga è senz’altro un difficile itinerario dell’intelligenza, della musica e della poesia verso uno stato sapienziale; ma è anche un’auto-iniziazione attraverso la quale l’io sperimenta una purificazione del suo più dolente autobiografismo e l’approdo ad un verticalismo mistico che bene è espresso nel testo “Santa Maria dello Spasimo” (pagg. 12-14).
Il lavoro sui versi è stato così tenace e sapiente da non lasciare mai crepe o bruciature all’interno di questa straordinaria macchina poetica, il cui pregio più evidente, al di là dell’inafferrabilità di certi passaggi, risiede nella sua musicalità ardente, raffinata, che irretisce ed incanta il lettore come la voce di Lighea, una delle tante figure mitiche o emblematiche che l’attraversano.

Franca Alaimo

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