Rizomi e altre gramigne di Maurizio Manzo ZONAcontemporanea, 2016
Rizomi e altre gramigne di Maurizio Manzo
ZONAcontemporanea, 2016

 

nota di Daìta Martinez

Succede che le parole possiedano un corpo e un riverbero che lo muove quel corpo nella conseguenza e nel comporsi scenografica rimembranza di paesaggi psichici eppur così concreti da poterli penetrare di misura fino a trovarsi nell’affondo della scena che li (s) veste e li percorre mentre “Distrattamente torna tutto indietro / piano ed è quello che ti sfiora lento” a infondere movenza al senso dei luoghi che sono sempre un’adesione nell’andare dalla segnaletica dei solchi agli scaffali, “dentro una cornice senza più l’aria / affianco ai libri che stanno più stretti, così l’eternità è un lungo sorriso” che invade la finzione di un silenzio articolato in un refrain di volti, pensieri, di una voce imparata fuori campo e poi caduta esistente e vera tra urla stagliate nel contraccolpo di un dolore che chiazza il soffio nell’impudicizia del reale.
Di lucida consapevolezza è in Maurizio Manzo la Condizione del vivente:

La condizione conduce per mano, riserva del destino che indirizza
se provi a chiedere con discrezione, con calma ti toglieranno secondi
poi i minuti infine ore giorni e mesi, tutto accade così cortesemente
sembrerebbero farti una carezza, tenuto legato a dei fili ialini
come appeso ai vetri delle finestre, che guardi la vita che non puoi avere.

Questo non potere avere. Questa costrizione imposta dal giogo di un qualcuno che si fa immediato intuire e che s’insinua nella vicenda dell’umano grava cicatrici, edifica recinti metaforicamente trasposti in “una palla di vetro innevata” che dovrebbe d’immaginario essere contrassegno del possibile, del sogno e invece si fa gramigna di un sociale che “ruota intorno a sé un cerchio lento che non si chiude resta aperto e spento”.
La scrittura di Manzo conduce figurazioni che sfiorano pur anche l’abbraccio prima della mancanza che come resina “ci portiamo dietro dentro il cuore” nel modo di una sequenza in andatura rapida che scopre vuoti e li rimette poi tenui al Davanzale:

Ti ricordo insensata d’allegria, dispersa tardi nei giorni in odori
più nessuno alla finestra che suda, il davanzale che si lega alle guance
il contrasto fresco dove allungarti, sembrava un abbraccio al quartiere al mondo
alla parte più distante uno sguardo, bastava e avanzava ad avvicinare
l’infinito tenace a trattenerlo, legarlo ancorato alle poche nuvole.

Nuvole e delle nuvole mi permetto di scendere nell’azzardo della pareidolia a voler significare la configurazione strutturale che da esse affiora nell’inciampo della scorsa e che l’autore riferisce in quel rizoma di forme, oggetti e profili che si fanno Custodi di uno spazio che in:

Un’isola non nasconde mai nulla, le cose perse ritornano a galla
ti avrei fatta felice certo fiera, se smettevo di rovesciare i banchi
ribellarmi e lasciare buchi bianchi, senza sapere bene per che cosa
m’innamoravo della catechista, la volevo come angelo custode
spariva dalla finestra dell’aula, e vedevo solo il cielo appesantirsi.

http://www.zonacontemporanea.it/rizomiealtregramigne.htm

 

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