Poesia è, per me, un fiume che, fiducioso, s’affida all’incertezza. È un tremore che fa grazia di venire alla luce. Disordina e ricompone. Aggiusta note misteriose. E. Non bussa. Non dice: Eccomi, arrivo. Abbaglia come un abbraccio. È il frutto dei miei mattini, una precisione meticolosa della ramificazione della mia solitudine che la casa trasforma in spazio di carità. In maniera vivibile, addomesticata dal filtro delle gioie e delle difficoltà. È lo specchio d’una donna che invecchia ma che sussulta di versi, nei versi. Senza altra “ perversione “ che la consolazione d’una sillaba. D’una vaghezza che si trasformi nella certezza, sempre sfuggente, d’un atto poetico.

 

 

Come sera brucia quando ninnoli
di parole stipo in tutti i posacenere.
Ogni nave che non salpa mi gela
sull’ unghia.
E.
Cucirlo un altro dì di verso!
Il dolce sonno selvatico. La confidenza di luce.
Dal sottopasso al treno. Dal balcone. Alla tua bocca.

Mi fischiettò un persempre, lì.
All’altezza d’una carezza.
E diedi rifugio a un sorrisetto.
Sul davanzale. Dove al mattino
l’uccellino. Che becca quel che vale.
E se ne va. A far di cielo, l’ale.

Ecco.
Il buon odore d’ un nulla quotidiano.
Tra il ginocchio e la gonna.
Scende. Sale. Mi riacchiappa.
Il silenzio mi ballicchia sui denti. Pure
una lunga controra di straccetti.
Ogni innamorata malinconia.

*

Vorrei amare in segreto. Più da viva che da morta.
Una costellazione di mani. Un tatto leggibile.
In segreto, amare i declinanti addii.
Le lucine che si perdono nel sentiero, e sa, come ognuno
sa in cuor suo, che mai, e più, torneranno.
Sempre. In segreto. Andandomi piano. Così. Zitta zitta.
Senza che il padre sappia. La vicina oda.
Che sto tremando al centro invisibile. Pensieroso.
Amoroso. Avanti e indietro. Nella culla stagionale.
Nell’ora in cui il seme fischia, irrompe, germoglia.
E. Guarda il morir d’una foglia. Il giogo, pure, delle formichine.
La fatica del cielo. Oh! Quel fischiettar d’ogni
sottovoce, vorrei. Amare. Trattenere. Per ultimo
volo. Con me. Dentro. Leggibile. Vedere.

*

Di nascosto scruto i vecchi e poi
le mie mani scruto
le vene che precipitano
come infinito finito
d’una buona stagione
Confesso: ai vecchi rubo
lo stoppino degli occhi
la bava d’una misericordia.
E
con loro
i miraggi perdo
il profilo della preghiera.
Così
li abbraccio, i vecchi.
L’asma dei loro sonni vivo.
Ché le molliche della sabbia conto
la trematura della morte.
Il forse del domani. A sorte.

*

Piace al mio cuore questa età. Il
metro corto che s’è fatto. E. Sta.
Delle illusioni. Delle allusioni.
Del ventre che pur tiene, trattiene,
il freddo tiepido delle devastazioni.
Un, possibile, breve. Un dentro appena
greve. Che sa giurare, passerà. Sfizia un poco.
Poi. Di colpo in colpo. Se ne va.


Dorinda Di Prossimo nasce a Teramo per destino materno e custodisce paterne radici siciliane. Vive a Porto Recanati, coltivando versi, respirando sale.
Ha pubblicato le raccolte: Nel sottocuore, Edizioni Akkuaria, 2006, Leggere sull’unghia, Edizioni Tempo al Libro, 2011, Quaderno millimetrato, Incerti Editori, 2012.
La notte la casa l’assenza, Edizioni Forme Libere, 2015, è il suo ultimo lavoro poetico.

 

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