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Poesie e lettere inedite di Luigi D’Alessio

 

Scrivo sempre il napoletano nel rispetto grammaticale e sintattico, per cui non ometto mai una indispensabile apocope o il segno diacritico, e non tralascio di riportare le vocali finali: seppur evanescenti sono importati ai fini della parola.

Per questo so che può rendere una tensione nella lettura, 
rispetto a oggi che il napoletano da lingua viene ridotto
 
a uno slang scritto, peraltro riportando una oralità di per sé errata.

Una lingua è un modo di essere pensiero, una psicologia. 
(Luigi D’Alessio)

 

 

nota di Rita Pacilio

 

Ho letto per caso alcuni inediti, lettere e poesie, di Luigi D’Alessio. È stato un caso, ma tutto è accaduto in modo naturale, semplicemente, come avviene in un rapporto a due, in una confidenziale confessione, segreta e sacra a un tempo. È stato molto importante per me trascorrere qualche ora notturna sulla sua pagina facebook, nella quiete della casa. Sfogliando il suo profilo sono andata a ritroso fino a marzo, curiosa e desiderosa di scoprire parole dedicate alla poesia. I social sono anche questo: imbattersi in articoli e post che possono illuminare e sorprendere, rapire e abbandonare, incuriosire e perdersi. Ho compreso immediatamente di aver incontrato un grande autore con una complessa e interessante anima poetica. I meccanismi della prassi creativa di D’Alessio mi hanno riportato al pensiero di Valéry, al senso dell’attività letteraria; la visione della quotidianità e del sentimento si è trasformata, nei suoi versi, in una molteplicità di rivelazioni possibili. Non poteva essere altrimenti, soprattutto in questo caso, in cui si riscontra l’impegno mentale e letterario per la mutazione della lingua, del linguaggio e della mente dell’autore stesso, quasi per caratteristica genetica. Luigi D’Alessio è nato ai piedi del monte Somma, nella zona partenopea vesuviana e questo ci rende la lettura delle sue poesie, per certi versi, in modo più semplice, più esplicativa. La visceralità del sentire, l’autoconoscenza che il proprio intelletto permette e favorisce, è stata propedeutica alla poiein in cui l’autore fabbrica la parola – per usare la terminologia urrariana – e le tematiche sottese. Il significato/significante obbedisce all’intuizione visionaria, infuocata, combattuta, densa del senso poetico in una intensità semantica di corrispondenze, rimandi, reiterazioni, decodificazioni. La lingua napoletana consente il caos delle parole, il rebus, le circonlocuzioni geniali che si riannodano alle precedenti parole/senso perfettamente incastonati nel verso; questo accade soprattutto nel significato oltre che nel suono ritmato. La poesia si fa spettacolo teatrale, clamore, urgente e severa metapoiesis, quel processo per cui la poesia parla di se stessa e spiega le sue ragioni e il suo farsi (Raffaele Urraro La fabbrica della parola – Manni, 2011). Così l’intelligente uso delle parole difende la purezza della lingua dialettale napoletana come segni che conservano gestualità, memoria, appartenenza. Bisognerebbe rileggere Di Giacomo, De Filippo, Viviani, Sovente, Pignatelli, Serrao per capire quanto la lingua abbia subito modificazioni nel corso degli anni, sia nella forma che nella sua traduzione. Luigi D’Alessio si concentra sulla visionarietà dell’alfabeto napoletano, sulle vocali amplificate e discusse dai dizionari in uso, sulle finali delle parole (che devono essere scritte e quasi mai pronunciate) addirittura andando al di là della simbologia e della connotazione classica, spostando l’attenzione sull’etimologia della parola in cui è racchiusa la storia dell’uomo napoletano, il suo modo di pensare, quindi, ciò che viene angustamente compresso nel suono dialettale e che spesso si perde nella traduzione in lingua italiana, o è addirittura intraducibile. Per questo motivo l’autore si occupa di tutto, del dialetto e della sua traduzione in lingua svolgendo un’attività letteraria onesta, premurosa, di ricerca dello stile testimoniando coscienziosità, oculatezza e perspicacia. L’io lirico si appropria anche della prosa, come accade per le lettere a Euridice. Meglio dire prosa poetica in cui i simbolismi, a cominciare dall’interlocutrice Euridice, innescano sensazioni profonde, respiri intimi, in una naturalità – non va dimenticato il rapporto con il temple, tempio dell’amore, della sua Pompei, silloge edita Cartacanta, 2015, in cui è forte il connubio uomo/paesaggio, uomo/natura, uomo/ senso del sacro, uomo/viaggio, uomo/amore, uomo/morte, uomo/memoria – che risponde alla necessità primaria di dedicarsi e abbandonarsi alla ricerca della verità, almeno a parti di essa.

***

a tte penzà o chi sa’
a tte penzà pe te penzà
o a tte penzà pe ppenzà ca si te penzo
 
te veco ‘a ‘int’ ê penziere
opure a ppenzà ca si te penzo
e tte veco ‘a ‘int’ ê penziere
significa ca te pozzo veré 
sulamente a tte penzà
e accussí penzannote a ppenzà ‘e te veré
‘o tiempo ‘int’ ê penziere mieje
addeventa ‘o pizzo d’ ‘o munno addó i’ 
ogne vvota faccio d’ ‘o viso tujo

o viso tujo ca nun ce sta

pensarti o chissà
pensarti per pensarti
o pensarti per pensare che se ti penso
 
ti vedo dai pensieri
oppure pensare che se ti penso
e ti vedo dai pensieri
 
significa che posso vederti al solo pensarti
e così pensandoti a pensare di vederti
il tempo nella mia mente è il luogo

dove ogni volta si compie il tuo viso

***

Si nun ce staje
nun ce sta ‘o ggiallo d’ ‘e ppurtualle
tanto pe ddicere ‘o culore d’ ‘e ppurtualle,
si nun ce staje ‘o vverde
 
perd’ ‘e vista ‘o vverde d’ ‘o prato
pure si cca nun ce stanno ’e prate
ma era tanto pe ddicere meglio
chello ca te voglio dicere,
si nun ce staje ‘o rrusso 
è ‘o desiderio acievero
‘e cierti frutte sciacquere
tanto pe ddicere ancora meglio
chello ca te voglio dicere,

i’ si nun ce staje restarraggio daltonico

e mmaje ce sarrà nisciun’ata parola
pe ddicere comm’è si nun ce staje
pure si ‘sta parola nu’ mme piace
a mme cchesta parola me piace
 
pe ddicere chello ca ‘e te

è dde me ‘a mancanz’ ‘e te.

Se non ci sei 
mancano le arance
tanto per dire
un colore primario,
se non ci sei il verde
 
perde di vista il prato
nonostante qui non ci siano prati
ma era tanto per dire meglio
quello che voglio dire,
se non ci sei il rosso
è il desiderio incompiuto
 
di quei frutti stinti
tanto per dirti ancora meglio
quello che voglio dire,
 
se non ci sei resterò daltonico
non troverò mai da sostituire
 
questo verso che non mi piace
 
ma mi serve per quello che di te
è di me la tua mancanza.

***

simmo rimaste sulu nuje
e ppure senza manco nuje
coccosa d’ ‘a matina
‘o silenzio ‘e ll’evera o ‘e nuje
coccosa luntano o cchiù vvicino
‘e comme nuje stammo luntano

coccosa pe ccapí che d’è

ca po se nne va lla

addó ‘o cielo tene ‘a remmora d’ ‘o chianto
e ‘o remuorzo mette ‘mmocca a nnuje ‘o peccato
‘e ce vulé bbene senza sapé murí

siamo rimasti soli
e nemmeno noi
qualcosa della mattina
il silenzio dell’erba o di noi
qualcosa lontano o più vicino
 
di come noi lontani
qualcosa per capire cos’è
che poi sparisce lì
 
dove il cielo ha la remora del pianto
e il rimorso è la bocca nel peccato
 
d’amarci senza saper morire

***

Da “Lettere a Euridice.”

Stamattina su Facebook
mi ha sorpreso un’equazione,
e non rispondermi che non conosco le equazioni
perché veniva spiegata, e così:
stabilito che se due sistemi interagiscono tra loro 
per un certo periodo e poi vengono separati, 
non è più possibile descriverli 
come due sistemi distinti 
ma in qualche modo sottile 
diventano un unico sistema:
quello che accade a uno di loro 
continua a influenzare l’altro.
Anche se distanti anni luce.
Secondo Dirac ti starei scrivendo
per la ragione della sua stessa equazione:
benché ti scriva senza un indirizzo,
l’indirizzo risiede nell’azione stessa dello scriverti.

Ma io credo di scriverti
non perché ti stia appunto scrivendo,
o perché scriverti invoglierebbe
ciò che poi di me verso di te
conoscerò dalla scrittura.
Non ti scrivo nemmeno per caso
e questo non vuol dire
che ci sia qualche ragione
per quello che ho appena scritto,
solamente e forse ti scrivo per dare al tempo
 
la sua sospensione dall’ultima volta che t’ho scritto,
perché se non ti scrivo il tempo non invecchia
 
e se il tempo non invecchia
 
il cuore resterebbe fermo nel tempo,
 
e se il tempo resta fermo
 
dall’ultima volta che t’ho scritto
il presente sarebbe un tempo in disuso,
e il passato perderebbe la sua escatologia.

Non lo faccio mai quando ti scrivo, e tu lo sai
che è per lasciare indenne questo quando
 
se scrivo e non rileggo,
eppure ho appena riletto e mi piace
lasciarti la possibilità della rivincita
 
con una tua immancabile contrapposizione
all’equazione di stamattina:
 
mi risponderesti come già ironicamente suppongo:
con l’espressione di Feynman:
se avete capito vuol dire che non sono stato chiaro.

Sicuramente non ti scrivo 
per quella storia del se ti scrivo sai che ti penso
e se sai che ti penso sarei vivo nel tuo pensiero,
e così all’infinito se ti penso e io sono vivo in te
vuol dire che tu per il solo pensarti
sei viva in me.

Sarebbe naturale, 
non è per niente di tutto questo
 
che scrivo se ora ti sto scrivendo,
 
né per quella mia boutade,
su cui ti ho dato la rivincita con Feynman,
nemmeno per la storia sul tempo
dove ho immaginato che il non scriverti
equivarrebbe a rimandare la mia assenza a te,
mentre scriverti starebbe al gusto
 
della proprietà transitiva della tua assenza a me.
Semplicemente ti scrivo come se il non scriverti
 
fosse uguale a quando non chiami
perché vuoi morire
 
in chi aspetta che tu chiami.

***

Da “Lettere a Euridice.”

Mi sono preparato, profumato,
ho fatto la barba, ho percorso il tuo viso
in un soffuso candore sul mio viso
e nello specchio ho pure immaginato 
che la linea nei capelli l’avresti preferita
un po’ più a sinistra dello specchio;
poi ho indossato la camicia rosa 
di quando mi dicesti che il rosa
è una proprietà delle mente 
e sotto i jeans ho messo quelle scarpe 
di quando io invece dico 
che danno il rumore agli arrivi.

A proposito di arrivi,
oggi mi sono preso una strana felicità
 
nell’apprendere che le cose all’insaputa di noi
 
conservano la memoria dei nostri intenti.
 
È stato in macchina,
 
mentre mi rassicuravo che una spia
 
illuminata nel cruscotto
 
non indicasse un disappunto del viaggio
mi ha all’improvviso sorpreso
 
che google maps per un attimo
si illuminasse da sé,
 
indicando la strada dove finisce l’erba
 
e con te dopo il crinale
 
comincia il mare.

Lungo il viaggio mentre venivo da te
il preludio di una brezza
 
mi ha riportato a una poesia di Carver,
 
in cui le indicazioni di svoltare a sinistra
sempre a sinistra e a sinistra
mi hanno fatto sorridere
fin lì alle calendule,
quando in quella poesia lei lo accoglierà
 
con l’impazienza del sole nei capelli.

Ma dopo il crinale
poi ho ripensato a quel lampeggiare
della lucina nel cruscotto
come agli avvertimenti esoterici
che tradiscono i propositi
 
perché dove finisce l’erba,
e inizi tu
nell’annuncio dei mie passi,
c’era soltanto il mare.

(Giorgio Caproni, Raggiungimento: 
“Dove finisce l’erba/ e comincia il mare.”)

***

-Da “Lettere a Euridice”.

Stanotte

in una vaghezza di quei sogniveglia

mentre ti pensavo ho pensato 
-e lo so
 
non farmi i disappunti sulle reiterazioni-,
 
cioè mentre pensavo a te come viso,
 
occhi, e profilo di rosa i tuoi fianchi
 
ho pensato a tutte le cose che t’ho detto
 
con la stessa equivalenza
 
delle cose che stanotte t’avrei detto
 
se solo non avessi pensato
 
a tutte le cose che ti dissi, e alle verità
 
che ho evitato per amarti;
a quando ridevi
 
per quello che ti andavo raccontando,
 
e a com’eri felice
 
per tutto quello che t’ho fatto intuire.
Ho anche pensato a quelle volte
 
in cui sei rimasta zitta
 
mentre io ascoltavo il tuo viso
e osservavo che la distanza dall’ignoto
 
era più immediata
 
della prossimità alle tue labbra.
 
Poi, pensa, ho pensato
 
a quando pensai di leggerti,
col sottofondo della sinfonia n.2
 
in Si minore di Borodin, una poesia di Buk
per indurti a credere
 
di avermi incontrato per caso
 
nel letto di là
o lì al tavolo quella mattina in cucina,
 
lo stesso su cui sembra che ora
 
io ti stia scrivendo una poesia.
Sembra o se così sembra
è perché tu sei in me, anzi,
 
potenza dei congiuntivi
 
forse la poesia la sto scrivendo
 
perché tu sia ancora in me.
 
Anzi e di più, un congiuntivo esortativo
 
perché tu stia a me
 
in una proposizione locativa
 
e non di tempo in me.
 
È l’unico sistema che ho
 
per combattere l’intrusione della realtà
che si imporrebbe declamando l’oblio,
 
uno strambo luogo del tempo,
 
in cui tu vivi eppure io non conosco,
 
e proprio per questo all’insaputa di te
 
tu continui a essere e sei:
 
certo, non come me che stanotte
 
ero qui ad ascoltare di te
 
Che Puro Ciel di Gluck.
 
Lo so, lo so e so pure
 
che tu la pensi come me
 
nonostante ora pensi,
 
non tu ma io penso,
 
che non c’è l’intrusione della realtà
 
se si vuole rendere al suo passato la fede,
come in una credenza
 
o la transustanziazione di ciò che muore
 
e rivive al comando del Desiderio.
 
E di nuovo lo so e non rispondermi,
 
diresti che il Desiderio sta all’Attesa
 
dove il Desiderio è vita
 
e l’Attesa per te un’inattesa.
 
Mi risponderesti lasciandomi così,
 
però tu lo sai non mi va di lasciarti
 
con le tue stesse parole
 
oltre il confine delle estremità,
e poi lo sai
io pur di riconoscermi nelle parole
che di me non ho
mi abbandono ai puntini sospensivi

non ci penso, lo so e ti penso.

***

Euridice

t’ho sempre chiamata Euridìce.

Dalla prima volta mi diresti,

quando t’ho incontrata da Gluck risponderei.

Fin qui. Il canto tra un po’ degli uccelli e fino a qui,

perché non ho mai incontrato fino a qui

il dizionario dell’ultima lettera.

Piuttosto si sarebbe scritta da sola ho creduto.

Uscita da un nulla interiore quando il fato

compone gli avventi tangibili delle cose.

Ho sempre supposto, e lo sai,

che ci siano parole da dietro i vetri,

da paravento e quelle occultate dalle evidenze.

Parole da uscio; e da attese

che rivelano la loro inconsapevole inattesa

nell’improvviso lessico della rivelazione.

Da indizi e da incombenze di annunci, e parole.

Il cui tono potrà essere l’increspatura

di chi all’ascolto darà il suono corrugato

o per sempre fallace dell’addio.

Questo spazio che ho lasciato

non lo confondere funzionale alla scrittura,

è il bianco che non ho saputo occupare

senza restare a guardare le stelle

come una dimenticanza ricordata, qui

da un punto dalla loro distanza.

Non so nemmeno se il tempo degli occhi in aria,

mi ha lasciato senza neanche me in me,

si possa denominare astrazione.

Nemmeno se il tempo sia stato un luogo

senza alcuna interiore topografia,

unico eppure ubiquo dove memoria e coscienza

hanno assunto l’atemporalità di un presente in cui tu

eri il verbo essere della sua assenza in me.

Ne sono certo solo tu sai possedere la rivelazione:

nello stesso tempo l’assenza di me dentro di me e all’insaputa di me

è stata la ragione della tua presenza in me,

qui. Dove a guardare le stelle

non sapevo di essere immune dal tempo.

E dal tempo di me stesso

sulla poltrona del terrazzo e lì le stelle,

aggrappato agli istanti come a una eternità

che ora invece mi consuma.

Lascia te indenne, e me esposto

alle declinazioni di tutti i verbi

in un nucleo che addizionerà il presente

al participio passato nella somma del tempo:

la mia morte e lo so, di te sarà il mio oblio.

Avrei dovuto lasciare di nuovo uno spazio

nonostante non trovi più la differenza

tra questo momento e l’essermi distaccato dalla lettera

verso ciò ch’è giunto da quella astrazione.

Ci penso e mi viene l’esempio della pellicola,

che darà il credo dell’immagine alla realtà fotografata,

e sovrapposta alla sua fedeltà.

O proprio, e questo ti piacerebbe di più,

il paradigma del vetro. La sua materica trasparenza

che separa gli sguardi. Lo stesso esempio impalpabile

che dividerà la mia vista del mare

dal mare che arriverà con la sua impalpabile vista a me,

appena annunciata dall’alba degli uccelli.

E lo so. Ancora due righe.

L’istantaneità dalla penna alla mente,

sorrido e pure questo sai di me:

il credere che i gesti esprimano di per sé

l’istintuale pensiero di ciò che sarà la volontà.

Ed eccolo. Neppure le due righe.

Una inconscia ignara brevità sul foglio

e il sole già abbaglia il mio promemoria

di non apprendere mai le attese.

In questa implacabilità della luce, che adesso acceca,

mi impedisce di non sbagliare addio.

Perché qui il sole, tu lo sai, sorge da Virgilio,

non dal tuo monte di Dante.


Luigi D’Alessio è nato sotto il vulcano più famoso del mondo.

Il napoletano è la sua lingua madre e l’ha portata altrove.

Ha lavorato nella moda e ha raccolto messaggi sulla nostalgia di ciò che non accadde.

Pompei” è il racconto di una vita.

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