diSpesso mi sono domandato qual è il “motivo” della poesia, il perché del mio scrivere in versi. E sempre mi sono scontrato con le sabbie mobili della creatività e delle non-regole dell’ispirazione, la quadratura del cerchio della razionalità. Il fatto è che non ho una risposta alla domanda: «Perché Pier Francesco De Iulio scrive poesie?». Sarebbe meglio dire che ho soltanto risposte di circostanza, condizionate da qualcosa. Potrei dire che scrivo poesie per necessità, per narcisismo, per il semplice piacere di farlo. Perché credo nella possibilità di una funzione “ermeneutica” della parola e della scrittura poetica. In verità, penso che la poesia, l’uso principale che ne faccio — o l’uso che essa fa di me —, abbia soprattutto a che fare, per così dire, con uno “stimolo” a dover scontornare la realtà. Una realtà di cui non mi è ben chiara la sostanza e la misura ma che, privata di qualcosa che eccede e rimodulata dentro diversi confini linguistici e di senso, assume un significato più profondo, dovuto ad una prospettiva rigenerata e, dunque, a un diverso punto di vista che la poesia consente di avere su di essa, sulle cose che vi abitano e sulle forze che vi agiscono. Ecco, la poesia — che non so proprio precisamente dove risieda e da quale “luogo” scaturisca — ha secondo me a che fare con questa capacità — questa energia potenziale — di poter esercitare una riqualificazione della realtà. In questo modo la dimensione privata e la dimensione pubblica — o se si vuole “civile” — di ciò che scrivo tendono a sovrapporsi e a generare una scambievole alternanza sul piano dei contenuti, così come sul piano dei segni e delle immagini. Entrambe esprimono — se volessi ridurla al suo nocciolo — la mia poetica “ossimorica”, il fondamento del mio personale modo di “fare poesia”, che s’interroga su, e nel medesimo tempo vaglia, l’ossimoro a sua volta più affascinante e drammatico che ci capita di sperimentare in questo mondo: l’esistenza umana.

 


 

Tra la nudità
e il senso apparente,
non trovare mai risposta
alla domanda ulteriore:
se è meglio tacere
dell’incauta emozione
il dispetto, o fingere
— per celia
un altro incantamento.

*

Come puoi dire:
«non c’è colpa in tutto questo»,
che lo scoppio non ti abbia destato
dal sonno, quando le mura attorno
hanno tremato, e i tetti delle case
son caduti sulle teste innocenti
dei bambini, lasciati morire per primi
come bestie sacrificali?

Come puoi dire:
«tutto ciò non è affare nostro»?

*

Quella volta di Bologna
che non sei voluta restare,
neanche dopo la corsa giù
dalle colline fin sotto i portici
in San Vitale, ricordi?

— «Nessun uomo
mi ha mai baciato in questo modo»,
e furono gli occhi più delle parole
a dirmi che era vero, o perlomeno
così credetti.


 

Pier Francesco De Iulio è nato a Roma, dove vive e lavora. Si occupa di Comunicazione e Formazione aziendale. Direttore editoriale del magazine on-line Megachip.info, è tra i fondatori del canale di informazione indipendente sul web Pandora Tv. Suoi testi e poesie sono stati pubblicati su diversi blog e riviste letterarie e d’arte. Sta lavorando alla sua prima raccolta di poesie.

 

 

 

Annunci