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La cengia del corvo di Emilio Paolo Taormina

La prima cosa che mi ha colpito di questo libro di poesie di Emilio Paolo Taormina quando l’ho ricevuto è stato il titolo. Mi sono chiesto che cosa avesse a che fare un corvo con la poesia di Emilio. Chi conosce “Il corvo” di Edgar Allan Poe e la scrittura e la biografia di questo Autore può facilmente fare un accostamento tra costui e il volatile cogliendo nella simbologia dell’uccello gli aspetti tragici e inquietanti della personalità del poeta statunitense. Non è invece facile trovare un legame tra il corvo e le poesie di questa raccolta né, tantomeno, con il nostro Poeta. Mentre Poe, per il suo aspetto un po’ cupo, misterioso, tenebroso può, effettivamente, ricordarci il corvo, che nella sua poesia è associato al male e alla morte, Emilio Paolo Taormina può tutt’al più ricordarci la figura di un moschettiere, forse quella di Athos, il più misterioso (è, questa, l’impressione che io, tuttora, conservo di Emilio da quando lo conobbi durante la presentazione di un suo libro, tanti anni or sono!). Ma lasciamo, per il momento, il corvo che, tra l’altro, è solo nominato nel titolo, dove il soggetto è la cengia, sulla quale esso non c’è, non compare, mentre è presente solo in un testo della silloge. Lasciamo in sospeso questo dilemma, che cercheremo di risolvere nel corso della trattazione.

Una cosa è certa riguardo a questa silloge poetica. In essa non c’è ombra di mistero e, di conseguenza, non ci sono tinte fosche, cupe; anzi, il linguaggio, pur nella sua simbologia, ha la trasparenza della leggerezza, di ciò che è tenue, raffinato, delicato. Perché tale è la materia che ispira i versi, nei quali, a sua volta, essa trova respiro; che non lascia pesare quella malinconia, di cui essa è portatrice e di cui è velato l’intero tessuto poetico. Oggetto del versificare è la vita vissuta. Ed è, questa, un’altra certezza che ci è data dallo stesso poeta in un’intervista rilasciata per la rivista online “l’EstroVerso” il 17 Dicembre 2016. Egli dichiara: «La mia scrittura nasce dalla vita vissuta, non sono capace di scrivere nulla che non è entrato nel mio sangue». E ancora: «Non ho la formula esatta della poesia. (…) La sento nascere dentro di me come una musica: misteriosa, dolorosa che mi libera e mi fa sentire realizzato ed essenziale. La scrittura per me è il perno su cui gira la mia vita». Che la poesia sia musica in parole, in versi, un vero poeta lo sente e, dunque, lo sa. Se poi il poeta, prima di rivelarsi tale a sé stesso, è un appassionato della musica e ne fa un’attività commerciale aprendo una boutique di dischi, allora quel sentire la poesia come musica trova proprio nella passione musicale il suo coronamento. È questo il caso di Emilio Paolo Taormina, la cui vita è segnata fin dall’età di tredici anni dall’amore per la musica e a sedici anni, con la composizione del primo testo poetico, lo sposalizio tra la musica e la poesia ha il suo naturale compimento. Nell’intervista, inoltre, egli dice: «Sono gli episodi che hanno scritto la mia vita». Tra i fatti, tra gli accadimenti della vita, gli eventi della musica e della poesia rientrano in modo preminente tracciando molto presto il suo cammino esistenziale. E qui “episodi” è sinonimo, appunto, di eventi. Infatti, episodio1, come suggerisce il suo etimo, sta a indicare qualcosa che sopravviene, che interviene, che si annuncia. Come nell’antica tragedia greca le scene dialogate seguivano all’ingresso del coro, così la vita di Emilio si svolge, si fa “rappresentazione” a partire dall’annuncio di quei grandi eventi creativi. La scrittura, col suo palinsesto musicale, diventa la porta magica attraverso la quale Emilio realizza la propria vita. Egli si consacra alla poesia, che lo «fa sentire realizzato ed essenziale». E la poesia è il luogo privilegiato in cui egli ama ricordare e raccontare gli “episodi” della sua vita; e qui sembra convenire con Márquez che «la vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla”2. Tuttavia, non ci sono qui solo i ricordi a raccontare la vita trascorsa, ma c’è altra vita, altra “materia” di cui pure consiste questa silloge. Non di sola memoria “vive” il poeta. Accanto agli “episodi” che la memoria e il cuore selezionano perché appartengono a una vita “felice”, accanto a questa vita vissuta e vivificata, resa più reale, più vera dalla scrittura, dal “racconto” che egli ne fa, c’è (e qui parafrasiamo Márquez, volgendo in positivo il titolo del suo romanzo, Cronaca di una morte annunciata) il racconto di una vita “annunciata”, che sempre si annuncia nel suo farsi poesia. È la vita interiore, dello spirito, del sogno, dell’immaginazione creatrice: quella che si crea da sé e che Taormina (come, del resto, i veri poeti) vive senza soluzione di continuità, in quanto vita sempre presente e avvertita, la quale, perciò, dura di più e va oltre la vita vissuta, e che non ha bisogno del ricordo per essere raccontata. È il mondo di Emilio, che si manifesta e prende quota quando la vita si “svuota” della vita, della pesantezza dell’esistenza per consegnarsi alla leggerezza dell’essere che, contrariamente a quanto afferma Kundera, in Taormina è sostenibile perché lieve lo rende la poesia, la quale è essa stessa leggerezza, ed è l’essere, la sua voce: canto d’amore per una vita vera, autentica, il quale evidenzia quanto il mondo sia alienato e distante dall’essere, dalla bellezza e ne auspica la trasformazione. La poesia, compresa nella sua natura ontologica, fa del nostro poeta il “Corvo” che, in segreto silenzio, ripete a sé stesso quel «mai più» che nei versi di questa raccolta non resta inascoltato. Il male, il dolore, la morte non hanno nella poesia né l’antidoto né il placebo, ma la cartina di tornasole che li mette in risalto facendone i temi fondamentali del discorso poetico. La poesia, unico conforto e rifugio sicuro del nostro poeta, è la montagna da scalare, ma la sua vetta è irraggiungibile. Tuttavia, essa resta il punto privilegiato di osservazione; è la “cengia”, la sporgenza dalla quale guardare il mondo, non con distacco o con la “divina indifferenza” montaliana, ma per meglio com-prenderlo e sperare che il canto alimenti il desiderio della salvezza e, nel segreto del cuore, ogni uomo possa pronunciare quel «mai più» come promessa contro i mali che dilaniano il mondo. A differenza del «nevermore» di Poe, che dice l’impossibile ritorno alla vita di Lenore, il «mai più» di Emilio è la denuncia del mondo. Ed è la possibilità della rinascita dell’uomo affidata alla poesia. Inoltre, quel «mai più» è anche la fine del tempo “felice”, che ritorna solo nei testi e nella memoria. E questo impossibile ritorno provoca dolore, nostalgia, malinconia, solitudine. Sulla “cengia” della poesia, Emilio-Il Corvo, ancora lui, replica quel «mai più» senza mai pronunciarlo. E sente che gli è «solo compagno» il «corvo» che gracchia «dalla cengia» a «natale»: giorno che fu di festa e ora «non più».

Dunque, la vita: quella vissuta felicemente – quella della «memoria /(…) che vuole fermare / il vento / sulle mura / dove c’era il sole»; che fa tenere «i ricordi / in tasca / come monete / fuori corso», con le quali si vorrebbe «comprare / un poco del tempo / perduto» – e la vita interiore, del sogno senza tempo, la quale vive il tempo della poesia, che la scandisce e ne assicura la durata; che trattiene dentro di sé «come sulla rena / bagnata / (…) le orme / dei giorni»; che «solleva / gli uomini / un palmo dalla terra», sono i grandi temi che figurano in entrambe le sezioni della raccolta e costituiscono i due campi semantici, nei quali s’inseriscono gli elementi inerenti alle rispettive forme di vita: da un lato, i ricordi con le percezioni sensoriali, i volti, gli affetti, i luoghi, i giochi, gli amori, gli innamoramenti; dall’altro, il sogno poetico con le visioni, i sentimenti, il pensiero, le fantasie, le emozioni, il sentimento della bellezza. La forma in cui il tutto si distende è il frammento, che è la parte “esecutiva”, oltre che costitutiva, dei testi, i quali sono paragonabili a spartiti musicali. La parola, qui, è musica pensata come forma, e ogni frammento è suono che si aggiunge ad altro suono e non spezza l’unità di senso ma, come in un mosaico, è parte determinante e significante della composizione. Non ci sono titoli nei testi, né punteggiatura né maiuscole e tenendo il libro tra le mani e sfogliandolo con il pollice velocemente si ha l’impressione di vedere scorrere un’unica lunga poesia intervallata dagli spazi bianchi, messi lì con la funzione di darle pausa e respiro, ma anche di preparare, di annunciare un nuovo evento. Ed è sempre la poesia che si annuncia, che accade, che ricorda la vita e la racconta; che, soprattutto, detta sé stessa scrivendo la vita interiore di Emilio. È una poesia d’immagini, le quali non sono solo quelle generate dalle figure di significato, ma anche quelle che si formano, in maniera più diretta, nella mente del poeta, quelle pensate con le parole che le sognano. Sono queste immagini, soprattutto, a creare il linguaggio figurato, di cui è ricca la raccolta; ne troviamo più di una in molti testi, in armonica compresenza. Diversamente dal Frammentismo di matrice irrazionale e decadente, che al disordine, al marasma della vita faceva corrispondere nella costruzione dell’opera letteraria un mosaico di frammenti, di episodi slegati fra di loro, qui tutto è col-legato nella forma espressiva del frammento, nello stile che aderisce agli “episodi” e ai “sogni” narrati con semplicità, concisione e immediatezza e che insieme costituiscono un unicum, al quale sono riconducibili anche le due sezioni della raccolta. E quest’unicum, che qui non ammette soluzione di continuità, è la corrispondenza, pur nella differenza, tra vita, musica e poesia; tra la vita che si vive e quella come la si vive per accettarla, per darle un posto e una speranza nei sogni. La poetica del frammento di Taormina riconduce a questa unità, a questa corrispondenza, che è il senso da dare al mondo.

Ricordi, folgorazioni, illuminazioni descrittive, bozzetti, intuizioni, percezioni sensoriali, visioni si alternano a momenti speculativi costituendo un lirismo, un flusso di coscienza lirica3 che dà forma, anima e corpo a tutta la raccolta. La quale è questa coscienza che si versa senza soluzione di continuità e che invade gli spazi bianchi, sì che ogni testo tracima nell’altro e non si sa, a volte, dove inizi e dove finisca una poesia; dal principio alla fine c’è questo flusso, questo “panlirismo”, che è l’unicum della coscienza che compone il tutto4. Pacatamente, il Nostro Poeta affida a questa varietà espressiva ed espressionistica la funzione di colmare il vuoto di una realtà sfuggente e incomprensibile per accedere al senso, che egli sembra indicare proprio in quell’abbandonarsi al flusso delle impressioni, che hanno la sorgente nella poesia. La quale è sempre da cercare, inventare, da prendere al volo, perché «è come gli uccelli / tra i rami / li vedi / solo quando / spiccano il volo». E quando il cammino sembra tracciato e seguiamo il volo degli uccelli, ecco che arriva la «pioggia» a cancellare il «sentiero». Viene meno la visibilità perché la poesia s’invola «come gli uccelli» fino a scomparire del tutto per ricrescere come «l’erba» e ripresentarsi in altre visioni, in altre versioni. «sul nostro sentiero / l’erba / è cresciuta / tante volte / pioggia dopo pioggia / è stato /cancellato». Perché ciò che si manifesta è anche ciò che si sottrae alla nostra comprensione, sì che la visione non è mai chiara, unica, esaustiva. Il flusso della coscienza non interrompe i «sentieri» che il pensiero traccia con i suoi percorsi. Essi, qui, non seguono orientamenti diversi, non avanzano, ciascuno separato dall’altro, come gli Holzwege5 heideggeriani, ma s’incontrano tutti nel medesimo “bosco”, in questa raccolta dove, come abbiamo appena detto sopra, i testi vanno tutti nella medesima direzione e confluiscono in un unico testo, che però non è la meta agognata, la quale resta irraggiungibile e lascia l’opera incompleta, aperta, in-finita. La poesia fa di ogni poeta un errante e anche se qui, in questo sentiero, non c’è interruzione, l’erranza resta irriducibile. La Poesia, al di là della sua presenza sulla pagina, al di là del dettato in versi, è l’ineffabile creatura increata che nell’ultimo testo della raccolta il Nostro chiama “elis”, nome di origine ebraica, che significa: “la promessa di Dio” (El, infatti, indica l’essere divino). Ed è anche un nome olandese, che potrebbe riferirsi alla ragazza olandese incontrata nella valle dei templi ad Agrigento, alla quale Emilio accenna nell’intervista. Se così fosse, l’associazione tra la Poesia e questa donna, forse da lui amata, sarebbe un connubio perfetto. Di questa Poesia/Donna, egli dice:

«ti ho creata / con la creta / della mia anima / ti ho chiamata / elis / (…) tu non esisti / sei nelle piume / del pavone / che sfidano / il sole / nel pigolio / del nido / che attende / la madre / libera / come la brezza / che gioca / con l’erba / l’acqua che scorre / sei la creatura / nata dal mio sangue / e mi sussurra le parole / che scrivo». E in un altro testo: « (…) prendi forma / e ti disfai / sei creatura di sabbia / e roccia / sei la musica / che mi tiene sveglio / e cerca il suo corpo / nella parola». Questa creatura che “ditta dentro”, che traccia percorsi di pensieri restando incorporea e “non detta”, celata nel suo bosco segreto, è, dunque, la Poesia, la Giumenta d’oro che titola e occupa, interamente, la seconda sezione della silloge. Essa è l’idolo adorato, venerato, che, essendo in virtù del nome elis “promessa divina”, trascende la natura simbolica, ovvero, la sola funzione di raffigurazione e, dunque, non è una forma di idolatria. L’oro della “Giumenta”, di cui pure riluce la prima sezione, è la “parola” segreta «che le comprende / tutte» e che il Poeta vorrebbe «partorire» come dio partorì il Creato. È in prossimità di questa parola creatrice e impronunciabile che le parole di Taormina acquistano leggerezza e splendore. In esse aleggia lo spirito della natura, la quale è presente in quasi tutti i testi. Fuse con gli elementi e con le varie forme naturali, le parole diventano creature tra le creature. Questo panismo delle parole, trasversale in tutta l’opera, nella seconda sezione trova potenza espressiva, essenzialità e purezza lirica maggiori in quanto si accompagna col sentimento dell’amore, il quale diventa un pensiero dominante, che, insieme con il ricordo del tempo “felice”, scava nel cuore del poeta un solco più profondo di malinconia. Animali, piante, fiori, alberi, cielo, luna, sole, stelle, aria, vento, terra, acqua, fuoco partecipano ai sentimenti del poeta, che li personifica dando loro un’anima, oppure li associa a parti del corpo della donna amata o assegna loro capacità consolatoria. Riportiamo degli esempi.

vorrei volare / sulle spalle / del vento”; “il sole d’oro / aspetta di giocare / per i viali / delle viole / con i bambini”; “petalo/ dopo petalo / la margherita / rimase spoglia / ma non rispose”; “cosa / mi hanno detto / il miagolio / dei gatti /sulle tegole / le stelle / e le basole / che al mattino mi / accompagnavano al liceo / in qualche modo / qualcosa / hanno scritto / dentro di me”; “nella notte / di quiete / e di vento / gli ulivi / dormono / ad occhi aperti / come soldati / in trincea”; “il tuo corpo / ha il colore / del grano / le tue mani / odorano / d’uva e di pane”; “un corimbo / di elicriso / screziava d’oro / i tuoi occhi”; “i tuoi capelli / odoravano / dell’acqua lenta / dei canali”; “la solitudine / è una roccia / aguzza / taglia le mani / gli usignoli / e gli ultimi fiori di luna / provano / a consolarmi“.

Dell’oro della “Giumenta” rifulgono i versi, dove il Poeta canta l’amore per le donne amate nella sua gioventù. L’amore, anche se spesso è accompagnato dal dolore, dalla nostalgia, dal sentimento della morte, è un ricordo sempre vivo. Esso conserva, infatti, il forte legame con la vita ed è la prova della stessa esistenza. “Amo, dunque sono” sembra dire Emilio nei seguenti versi:

«chi ci prese / dal tutto / e ci pose / l’uno / accanto all’altra / come due / conchiglie / lasciate dalle onde / sulla spiaggia / noi che / non siamo / neanche un attimo / nell’universo / siamo / in questo momento».

Il momento è l’evento dell’amore in cui lo stesso essere si “eventua”6, accade, separandosi «dal tutto» indistinto dell’origine. Questo sentimento così fortemente avvertito, vissuto ontologicamente, pesa nel tempo della senilità, in cui il Poeta, in assenza dell’amore, lo rivive nel ricordo del passato, che ripete il verso gracchiante del corvo: quel «mai più» su cui la Giumenta/Poesia stende una patina d’oro trasformandolo in canto, come in questa poesia:

«vorrei volare / sulle spalle / del vento / come gli uccelli / migratori / tagliare come bisturi / il corpo / della tristezza / riprendere la vita / capire che l’amore / non è sempre verde / come l’edera / non voglio / che il sole / non trovi più / il sorriso / sul mio viso».

Il desiderio di “uccidere” la tristezza e di tornare a sorridere vivendo il tempo presente è il modo per esorcizzare il passato. Ed è la risposta che mette a tacere il corvo, il quale può abbandonare la cengia lasciando che sia la Poesia a prendervi posto.



Guglielmo Peralta

1  dal gr. epeisódion, der. di eísodos, ‘ingresso del coro nella tragedia greca’, col pref. epi

2 In Vivere per raccontarla, di G. G. Márquez

3 es. “l’alba/è un bambino/con gli occhi/stupiti/un frullo d’ali/sveglia/il sonno/degli ulivi/un ragno/si smarrisce/nel labirinto/della sua tela/oh se gli orologi/ fossero di neve/e si sciogliessero/nel sole/del mattino” (pag. 24)

4  In virtù del panlirismo è possibile leggere le poesie dalla prima all’ultima come un unico testo non conchiuso, perché oltre l’ultimo testo continua a fluire l’inarrestabile coscienza. La raccolta, pertanto, resta ‘aperta’.

5 Sono i sentieri nel bosco, che s’interrompono impedendo di proseguire verso la meta determinata. Fuor di metafora, stanno a significare il cammino dell’uomo, del pensiero, che non può che procedere se non come “irriducibile erranza”. Ciò perché non esiste un’unica via, un’unica indagine diretta alla conoscenza, alla verità dell’essere, ma tanti percorsi di pensiero ugualmente utili, necessari, anche se la verità resta segreta, sepolta nel bosco.

6 da “eventuarsi”: neologismo dell’autore della presente relazione

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