di Daìta Martinez LietoColle, 2013

Daita Martinez, “. la bottega di via alloro .”, Edizioni LietoColle

Ci sono geografie nell’Anima che un poeta riesce a trasporre nel segno scritto, sul biancore della pagina come per geometrica sacrale trasfusione. Non traduzione: sarebbe altro, il dire, non consustanziato col personale respiro, con i propri fiumi interiori.

Nel volume di versi di Daìta Martinez, “. la bottega di via alloro .”, edito con i tipi delle Edizioni LietoColle, il segno, la punteggiatura si fanno linguaggio di ciò che il silenzio, il non detto, quello spazio infinito e infinitesimale tra un detto ed un altro, vogliono fare intendere. Anche loro si fanno ricchezza del dire: le parentesi graffe; i due punti alla fine di un rigo senza parole; il punto fermo ad inizio e fine del verso come quel segmento terrigeno che racchiude l’essere meteora di carne e sangue su questa terra.

Il luogo materico e metaforico, di sogno consapevole o inconscio, è componente essenziale nella poesia di Daìta come lo è la vita, come lo è la morte, come lo sono il travaglio, il disincanto il disfacimento la caducità la provvisorietà: tutto con dolenza, in solitudine e rabbia, tanta, rappresa consolidata cristallizzata. Il luogo e le creature tutte nel loro Esserci con sacralità e con sanguinolenta dissacrazione.

Tutto sembra dislocato, separato, senza connessione come ben sottolinea Nicola Romano nella nota introduttiva.

Il volume che è strutturato in undici sezioni (le cui titolazioni già potrebbero essere espressione di un componimento a se stante) fa affiorare una gran ricchezza visionaria, senza inerzia alcuna di un mondo introspettivo, onirico, facies dolente della realtà quotidiana. Da questo mondo, esperiente di se stesso, frammentato e segmentato, urgono coralità e interazione. Lo si intuisce, lo si intravvede: per questo il caleidoscopio degli infiniti monologhi rimandano ad un’anima che legga oltre il conflitto.

Cosa di più drammatico di un “urlo d’angelo” (acquarello, pag. 37); oppure “la farfalla ha inghiottito le ali/squarciando il riposo dell’uomo” (caviglie, pag. 29); e ancora la temporalità ritmata sull’adagio – andante – veloce, crescendo ternario che ha la finitudine della morte: “è inverno/che uccide ciclamino” (. voluta in tre tempi . pag. 45).

In questo universo non vi è spazio per l’amore nella sua forma centripeta: “. in quale mano si scrive la parola amore? … inadeguatezza la pelle” (pag. 107); la pelle fa da recinto, non è porosa, non lascia passare nulla: il corpo è bozzolo di solitudine.

Può esserci, c’è una via d’uscita, un tempo d’armonia, un pentagramma su cui riscrivere e dare senso significato e speranza al tutto?

Vi è come una dodicesima sezione, intramata nel contesto che, a nostro avviso, è nucleo centrale di forte intensità e potenza: sono le dieci composizioni che Daìta ha incastonate come gemme preziose. Qui, l’Animus del Poeta si fa ancora più viscerale, più profondo, più crudo.

Invero, come un’alba che si intravvede, la ferita si fa varco e lascia passare un guizzo, un barlume, un tremolio:

. strinci

u ciatu

nto funnu

             du mari

cunsacratu

ammucciuni

            pi nàsciri

miraculu

nmanu

a tia .”

(. stringi / il fiato / nel fondo / del mare / consacrato / di nascosto / per nascere / miracolo / in mano / a te . ) (pag. 139 -140).

Dal fondale, ecco s’avvia un movimento che è forza trasmutativa e trasfigurante. E’ l’inizio, è la nascita o la rinascita, è il miracolo. Ancora poggiato su una mano che si fa lasciapassare e nido amante.

Ester Monachino

http://www.lietocolle.com/2013/12/daita-martinez-la-bottega-di-via-alloro/

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