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Si scrive per essere più coscienti dello stato di dimenticanza; perché l’allucinazione ci rende fratelli.

Tra una virgola e un punto c’è chi trova il proprio cuore.

 

Quanto mi tocca da vicino
la scoperta del mondo!
Io sono un improvviso sciame
che strimpella, ai piedi della tua dinastia
felice. Sopravvivo a sorsi
alla carezza. È la tua;
perché decido l’amore
come la realtà che sente la marmotta
nel centro della sua silenziosa
buca. Affondo le dita in una cera
che non ustiona – a quest’ora
cantano i fiori, il tempo
si preannuncia come garante
della Bellezza.
Sento la fine
sgranocchiare il mio pranzo.

*

Pangea

Io non conosco acqua
più limpida delle mie braccia
e le sfuma questa sedia
ripida nel libeccio. A seconda della
sospensione – in attesa di te,
un calabrone libera il canto – si apparta
la notte, la cera degli indiscutibili
dèi. Ci muoviamo sentendoci le ossa.
Chi mangia frutti di stagione, sputa
un nocciolo al mondo.

*

Ritrovo le mani –
le cose che ho appena cercato
risucchiano punti vicini
alla lingua. È questa voce
che scricchiola il sonno,
fino all’orbita siderale:
io attaccata al balcone spinoso
mi leggo. Essere un albero
secolare, strizzare
l’inverno nelle strade più calde.
Diventare – un giorno.


 

Letizia di Cagno, nata a Bari nel 1998. Attualmente vive a San Martino Buon Albergo, in provincia di Verona dove ha intrapreso gli studi di Filosofia.

Si interessa di musica, arte, cinema e religioni, particolarmente attratta dalle tradizioni iniziatiche e dalle correnti mistiche. Le piace provocare le persone e la considera una forma d’amore. Canta sottovoce, scrive sottovoce.

Tutta la sua produzione poetica è ad oggi inedita.

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