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Creatura breve (Ensemble, 2018) di Gabriele Galloni

Intanto che una musica dimessa fa da sottofondo come un requiem alla dissoluzione di un mondo sempre più privo di bontà, verità e sacralità; la brulicante messa in scena di immagini, che rimanda a certi dipinti di Otto Grosz, oscilla tra irrequieti sdegni, improvvise tenerezze e deformazioni quasi oniriche.

Nel febbrile tentativo di guarire il male del mondo, la pietas di Galloni tenta di innestare presagi d’innocenza, figure archetipiche come l’acqua e la luce lunare; mostra il corpo nudo di una bimba come metafora di agnellina sacrificale ribaltando l’eterno luogo comune di una divinità maschile; convoca i morti e gli angeli quali messaggeri di un oltre e testimoni di continuità d’amore; così che la morte, simbolo di riappropriazione dell’integrità ontologica, si fa dimensione più vasta della falsa vita dei vivi.

L’autore sembra guardare attonito, con una dolorosa smania, quel ricordo lontano di Dio affiorante dalle crepe del cuore, mentre intanto si celebrano falsi riti, giubilei deserti di autenticità che ci restituiscono soltanto una sua immagine sovraesposta, un abbaglio inconsistente. Per ricostruirla, bisognerà, dunque, come scrive l’autore, rifare l’Immagine dell’uomo, non la creatura breve, ma la traccia.

Per questa tensione spirituale che tutta l’attraversa (nonostante prevalga la rappresentazione del buio spirituale, del vizio, della distorsione etica), la breve silloge di Galloni rappresenta la voce di quanti non sono disposti alla resa, di quanti pensano alla poesia come spazio di resistenza etica e di epifanie perfette.

Franca Alaimo


 

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