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ELOGI: UNA GOCCIA DELL’OCEANO

E L’OCEANO IN UNA GOCCIA

 

Mi ha molto colpito, della nuova raccolta di Franca Alaimo,  il fatto che non ci sia poesia – nell’opera ospitata – che non contenga almeno un verso speciale, una sicura epifania, uno stigma che ti s’imprime negli occhi e nella mente, e non ti lascia più.

Elogi è il titolo (dal gr. εὐλογία «lode, elogio, benedizione» der. di εὐλογέω «lodare, dire bene» e quindi «benedire»; nonché dall’agg. enkmios “che si canta in una festa, in una processione”).

Come l’etimologia stessa suggerisce, dunque, si tratta di plausi, rivolti però non a persone o cose ma ad entità che possono dirsi astratte. C’è l’Elogio del niente e quello del tutto; c’è l’Elogio del tempo e quello dell’amore, ciascuno costituente una sezione del libro. Sintomatico, intanto, per capire subito che si è di fronte ad una creazione del sentire prima ancora che del pensare.

Quest’ultima considerazione mi riporta all’incipit, con la forte tentazione di elencarli alcuni dei versi cui facevo riferimento. Si, voglio cedere ed è mia intenzione proporvene un campione; così, senza frapporre nulla in mezzo.

Niente è una parola senza paura”(p. 9); “essere vento per il respiro della canna / canna per il soffio del vento” (p. 20); “un profumo viene di frutti maturi / …. / forse è là che è morto / per sempre il peccato” (p. 21), (prima parte).

Siamo rimasti al di qua del Tutto / …. / da quando lasciammo la stagione / dei giochi assorti e assoluti” (p. 29); “il germinare delle cose, la loro meravigliosa precarietà / …. / Ah il bello del possedere soltanto il poco / dell’aria che mi respira e mi fa vita viva” (p. 48), (seconda parte).

“…Mi porti ancora in grembo, / mi innalzi sulle spine, sei grande come il cielo, / sei una porta spalancata da dove esce il tempo” (p. 61); “Come faccio a rimuovere / questo macigno che ostruisce / la dolce sorgente dell’amore?” (p. 85); “O Dio celeste / che ci mangi a morsi, / è troppa la dolcezza, troppa.” (p. 96), (terza parte).

Adesso mi percorre il viso / con lo sguardo sgomento” (p. 123); “Nessuno sa – dico – / dietro a quale ombra cammina” (p.125); “Ma dopo l’ultima notte senza aurora / decidemmo di lasciarci andare / come pesci incolori nei fondali” (p. 131), (quarta parte).

Come detto, ho voluto ‘mitragliare’ di citazioni (e non è mia abitudine) perché chi legge possa rendersi conto di quanto assiduamente l’autrice sia ispirata.

L’ispirazione è una parola che non va più “di moda”, anzi fa storcere il naso a diversi critici letterari, i quali la ritengono superata per quelle che sono le esigenze della poesia moderna, il tentativo della stessa di stabilire nuove forme di comunicazione e di linguaggio. Sinceramente, non sono contrario alle innovazioni né ho pregiudizi di sorta ma una cosa me la chiedo: come si può pensare – non dico solo di fare versi – di dare vita ad un’opera d’arte se non si è proclivi ad ascoltarsi, ad avvertire dentro di sé una voce che percepiamo essere diversa? No, francamente, non lo ritengo possibile.

Bene: nei suoi Elogi, Franca dimostra – a mio modo di vedere – la fondatezza di quanto ho appena asserito; e lo fa con la massima libertà, con una scrittura che non disdegna l’ipermetro, ad esempio, ma neppure l’ipometro in alcune circostanze, con misure dettate non da bisogni formali ma semplicemente, naturalmente dai moti dell’animo: è il suo alter ego spirituale (il suo angelo custode, come lo chiamerebbe lei) a dirle quando e come versificare.

E cosa ne nasce? Un totale mettersi a nudo, senza reticenze, senza infingimenti. Un autoritratto dipinto non guardandosi allo specchio ma vedendosi riflessa nel niente come nel tutto, nel tempo relativo come in quello assoluto, rappresentato confacentemente dall’amore.

Magnificare l’indeterminato le permette di essere estremamente concreta nei confronti proprio, e soprattutto, di se stessa. Mi spiego: se non ci si confronta con ciò che, solo apparentemente, non ci appartiene, arrivare a conoscersi diventa un’improba – per non dire impossibile – impresa. Viceversa, ritrovarsi nell’incommensurabile aiuta a comprendere che di quel mistero facciamo parte: è come sentirsi una goccia di oceano ma anche – e non di meno – sapere che l’oceano è in quella goccia che noi siamo.

È interamente giocata su questo straordinario interscambio la nuova fatica della scrittrice siciliana: sono testi “scritti nell’arco di venti anni (se non più)” – come c’informa nella nota introduttiva – a testimonianza di una coerenza d’estro immutabile nel tempo perché autentica e – voglio ripetermi (anche per giustificare la digressione sulla quale ho insistito) – decisamente illuminata.

Un libro, Elogi, che si legge sempre con partecipato interesse a svelare cosa ci riserva la pagina successiva, quali nuove epifanie ci aspettano per aprirci orizzonti fino a quel momento sconosciuti.

Un libro che si esprime sul tutto e sul niente, sull’assoluto e sul relativo, sull’io e sul noi non disgregandoli e pericolosamente separandoli ma tentando – riuscendoci – di armonizzare, di rinvenire, nella loro illusoria estraneità, quella compattezza e quella complicità che, da centinaia di secoli, tiene in perfetto equilibrio l’universo intero.

Se realmente vogliamo riappropriarci della nostra umanità non possiamo prescindere dall’intima convinzione che siamo componenti, come le altre, indispensabili all’indicibile incanto della vita.

In Luce del mattino, la Alaimo scrive: “E ora entrami nella nicchia del cuore, / svegliami con il ronzare delle api / intorno alle gemme, baciami / con la bocca di un bimbo / che sa di annunciazioni…”. È una lirica che fa parte dell’Elogio del tutto; e di cos’altro sennò? C’è tutto qui: c’è lei e ci sono i messaggi che porta la luce baciandoci con l’innocenza dell’infanzia nostra e del creato.

Nella medesima lirica, ella chiede – alla luce del mattino, appunto – di dissolvere “tutte le morti brevi” che, ogni notte, l’avvolgono nel sonno, lanciando il più alto grido di speranza che si possa: la vita non finisce, muore e rinasce ogni giorno.

È un’opera coraggiosa, questa che è stata data alle stampe. Coraggiosa e che richiede coraggio anche in chi s’immerge nella sua lettura. Già, perché anche chi ne fruisce deve essere disposto a caricarsi sulle spalle se stesso e il mondo camminando lungo gli impervi ma affascinanti sentieri della Terra e del Cielo.

Non deve offendersi e offendere Dio implorandolo di non circuirlo ma, al contrario – come fa Franca nella poesia che conclude la raccolta – nella “prigione”, nell’“umido scantinato” in cui anch’egli si trova, attendere “che un angelo radioso possa entrare / e indur(lo) ancora in tentazione.”.

 

Sandro Angelucci
Franca Alaimo. Elogi. Giuliano Ladolfi Editore. Borgomanero. 2018. Pp.146. € 10,00

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