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Notadi lettura a “Futuro non locale”
di Gabriella Modica
(Marco Saya Edizioni, 2012)

Cosa accade quando il pensiero uniformante sbiadisce a fronte della riflessione critica del singolo che a tale pensiero non si arrende?

Si riscoprono le sfumature che appartengono ai colori, le intensità e gli accostamenti di cui abbiamo perso memoria, si esce dal dominio del grigio composto per riscoprire la varianza e la numerosità delle tinte. Questo è ciò che accade leggendo Futuro non locale, anzi, assorbendone il suo humus diffuso.

Già il titolo è presupposto di allontanamento dal qui e ora, con valenza doppia di tempo e spazio, superati da un salto all’indietro con testi che descrivono un presente vuoto e un’etica sfuggente, ma scrivono di un passato di valori di chi – anche se curvo d’anni – ha saputo mantenere la schiena verticale e la lingua dritta.

Pochi e semplici riferimenti come la terra, l’acqua, il lavoro sono gli arcani maggiori che consentono l’interpretazione di testi chiusi, ermetici, che poco lasciano alla comunicazione così come intesa oggi, ma circoscrivono un confino scelto per essere raggiunto da chi comprende gli indizi lasciati nei componimenti: «queste sono le nuove leve,/ i giovani che cambieranno il futuro,/ quelli che tutto/ possono parlare studiare viaggiare lavorare». La somma di tali indizi, più esigua del contenuto, lascia trasparire una critica feroce nei confronti di responsabili sociali che impropriamente organizzano la vita altrui.

Volendola definire con etichetta, si potrebbe parlare di poesia civile, ma la definizione non mi soddisfa in quanto riduttiva.

I testi sono asciutti, privi di orpelli, fortemente speculativi, portato di una critica figlia della ragione illuminata; di converso, assenti risultano le ragioni del cuore, non per questo meno appassionate: «Tempo perso a studiare,/ laureata in/ Discipline dell’Autodistruzione./ Poi ho scritto al contrario su una bottiglietta/ ed ho ricominciato». I sentimenti non traspaiono in superficie: si percepiscono come radicati in una pudica profondità che vuole rimanere celata, non comunicata a chi legge.

Quello che invece appare chiaro è il rifuggire la superficialità della contemporaneità da cui Gabriella si dissocia con le lame di una poesia aspra e inaccessibile a chi nella superficialità si crogiola: «La tv è in gabbia/ e gli accessori anche/ immense attese/ per un 700 euro in saldo». La società non è riconosciuta, espressa da televisioni e social, ma richiamata solo come ricordo scaduto senza alcuna data di scadenza: «Prima della tv i miei nonni avevano la società».

L’autrice non trova posto nella comunità; numerose le domande e sono interrogativi che si fanno scansione d’animo poetico: «Quale donna nasce immaginando/ che non potrà conoscere/ e vincere/ la paura?/Quale violenza è più dolce del nascere?».

Sapendo il luogo in cui Gabriella dimora, direi che le sue poesie assumono colori intensi come quelli che regalano le isole mediterranee chiuse in una superba solitudine, condizione di fortezze che per questo si lasciano amare.

Salvatore Contessini


In balcone al mattino (in comuni mutande)

Pretendere da un solo uomo

di essere rappresentati

fa comodo

a volte, all’eletto

e sempre

alla coscienza di chi vuol farsi rappresentare. Prenderai in giro

fino a non rendersene conto.

Farsi fottere la vita

da illustri sconosciuti

(come se le puttane non avessero dignità)

consegnati a centinaia di nomignoli stampati.

Tutto

pur di continuare a guardare da dietro una persiana

il vicino di casa

a cui mai abbiamo detto

buon giorno.

Microonde sonore

È la terra, a parlare.

Torneremo a scuola

ad impararne la lingua.

Gli uomini hanno parlato

troppo

e si sono smarriti di volontà

nel liquido vapore

del di nulla

un po’ di tutto.

Qua è l’inizio.

Adesso

parla la Terra.


Gabriella Modica è nata nel 1975 e vive a Palermo. Attualmente lavora in una scuola elementare dove gestisce un laboratorio di arti applicate. Ha studiato al Liceo Artistico di Palermo. È alla sua prima raccolta poetica.
La sua ricerca tematica mira al dissotterramento dello stupore attraverso la frantumazione del luogo comune.
La sua ricerca stilistica è in continua evoluzione, perciò, indefinibile.

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