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Il rigo fra i rami del sambuco
di Emilia Barbato
pietre vive editore, settembre 2018

La poesia di Emilia Barbato si misura in questa breve e raffinata raccolta con una materia incandescente, tanto prossima è a un dolore privatissimo, come può essere quello per la salute della madre minacciata da un tumore.

Eppure la sfera personale non sovrasta mai le ragioni della poesia, che trova il suo assetto iconologico nella quotidianità del paesaggio urbano e delle sue periferie (palazzi, antenne, cortili, centri commerciali) e nella ciclicità della natura che in questi versi accumula varie cromie e luci e cieli, fioriture e sfioriture, a seconda delle stagioni,

L’assillo bruciante del male (individuale e insieme universale) s’incentra, allora, sulla questione del tempo, evidenziando lo stato d’animo dell’attesa come desiderio di luminosità e di grazia future nell’alternanza notte/giorno; inverno/primavera; infermità/guarigione.

Questo atteggiamento, investendo il metodo cognitivo, finisce con il coinvolgere la contraddizione intima della Parola poetica, che, per quanto possa accostarsi al vero, non riuscirà mai a raggiungerlo a causa di un suo connaturato e necessario limite.

Le possibilità di affermazione e negazione della Parola, di pronunciamento pieno e di balbettamento sull’orlo del precipizio, di veicolazione di suono così come di silenzio lasciano trapelare, infatti, l’enigma stesso dell’Essere, irrisolvibile a priori. Ma è in questo scarto che si possono ascoltare “i passi discreti/ di quattro angeli” ed accade che la poesia, come scriveva Mario Specchio in un saggio su Rilke, riesca a “farsi vibrazione pura e dematerializzata dello Spirito”.

Nasce, allora, la preghiera come fiducia e abbandono proprio a quel mistero che, se pure non si conosce, si avverte come necessario (“…galleggio nelle preghiere mentre/ la paura morde ogni mia regione”) e in qualche modo baluginante nella bellezza della natura: “…suoni d’acqua/ s’aprono trattenendo un’impressione/ di colore in un bianco pigmento/ il Dio illuminato della Levità”.

E però anche la morte rappresenta un vasto spazio di indagine, se in esso il niente incontra il Tutto e diventa il Tutto. Ed è in nome della bellezza e della fede che “la figura magra” della madre può richiamare “la maestosità dei cipressi”; che la precarietà è colta “nei respiri lentissimi delle fresie” primaverili; che le cose restano “bellissime” perfino “nella malattia e nell’abbandono”.

Emilia Barbato compie il miracolo di collegare in incessante sintonia l’eterno farsi e disfarsi delle creature tutte, di abbracciare con la stessa accoglienza amorevole paesaggi, persone, oggetti, stagioni, nella loro magnifica, regale provvisorietà. Lo fa costellando i testi più cupi di punti luminosi, lasciando il canto sempre aperto a un sia pur fugace stupore, correggendo il dolore con l’amore, mitigando lo sconforto con l’attesa.

Di tutto ciò palpita questo libretto, così elegante nella veste grafica, così sapiente nei suoi esiti stilistici in cui la parola risuona attenta, rifinita, capace di veicolare lo scavo lento del pensiero all’interno di un tema che lascia intravvedere il dolore, ma senza traccia alcuna di patetismo.

Franca Alaimo

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