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Alba Gnazi, Verdemare Cronologia inversa di un andare, La Vita Felice, 2018

Nel recensire, orsono due anni, Luccicanze, prima raccolta poetica di Alba Gnazi, concludevo affermando che si trattava di una prova d’autore che “preludeva ad altri nuovi e migliori risultati”. Ed infatti è quello che risulta da questa sua nuova e articolata silloge che supera quel, seppur lieve, tono orfico che connotava la precedente raccolta.

Il dettato poetico di Gnazi è ancora costituito da un linguaggio ricercato e da una forma tardo sperimentale, ma ha acquisito più scioltezza lessicale, padronanza del verso, ampio sguardo nell’elaborazione del vissuto, nonché la scaltrezza di alternare a testi di complessa e visionaria struttura (si veda la sezione Verdemare) e/o di specifici richiami letterari (si veda Quattro omaggi) a composizioni di luminosa visione della realtà e della consapevolezza del proprio ruolo all’interno di essa.


La silloge si compone di tante brevi sezioni, ognuna delle quali si distingue per l’intrinseca identità che assomma in sé. Felice incipit è la prima sezione,
Invernata toscana, i cui testi, secondo la mia lettura, sono i più luminosi e genuini, composizioni che ai lemmi usuali accostano la ricercatezza della parola originale per costituire simbolo o metafora: la nebbia fiotta; l’urlo apocope; sul dosso accappona la notte il batti-ali della civetta.

In Cronologia inversa di un andare la forma dei testi è quella dell’epigramma: brevi composizioni che fulminano un istante, una sensazione, il percorso che ha preceduto l’attimo speciale. Più avanti la poesia si espande in testi più complessi, Verdemare è il poema che, celebrando la memoria della nonna, racconta l’evolversi di una bambina in adulta, attraversamento di un tempo che alla dolcezza infantile oppone la durezza e il travaglio della pubertà e dell’adolescenza.
Non manca il richiamo alla maternità:
Placentare è un testo costituito da due parti, due strofe completamente diverse nell’ordinamento formale, la prima costituita da versi brevi e da metrica discontinua, la seconda da versi perlopiù ipermetri. La poesia di Alba Gnazi è sempre convincente, possiede un’eleganza che è grazia, gioia nella lettura; ci invita a leggere e rileggere, esercizio utile e, aggiungerei, necessario, in special modo quando abbiamo la buona sorte di trovarci di fronte ad un testo dalle infinite possibili decodificazioni.

Anna Maria Bonfiglio

Placentare

Un che di tiepido
io sono
nell’incavo del tuo sguardo
dove per niente
si sofferma una
rosa, una cosa dal piccolo andare,
un tratto armonico dell’ombra,
un nome di presenti indicati

Un mondo tiepido, placentare: come un figlio o come
un padre: pionieri, ciascuno e
Noi, di terre e infanzie radicate sottogola – che le vocali stremano
e anche il corpo, come quando
una carezza tra i capelli – stupita! stupita!

che sembrava
non ci fosse nessuno.

*

Invernata toscana


Verso i bordi la gora
spolpata dal freddo
s’infitta e aggancia
i solchi a piè del muro,
nero e secco tra le carogne
dei muschi e una crosta di meriggio
innervata da querce e pini.

Schiva sguardi, il gheppio,
nell’aria netta che stenta calore e fruga
nell’ora media, tra i pesi eristici
di ghiaccio e fuoco-mida,
i lupanari spalancati del tramonto;
schiocca un alito, il rapace,
sfronda le ali; fischia: e di ombre
s’imbruma la macchia che nel verde
lo aspetta, tra le cime lo risputa, poi
del tutto scompare.

Così certi tempi e certi volti, così
il muro sulla gora e la meriggiata,
il calore dei nostri fiati, il silenzio che
un pensiero zittì, noi:
ultimi e compiuti
nell’invernata toscana.

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