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foto di Anna Maria Scala

Nota di lettura a «D’un continuo trambusto» di Nicola Romano

Della poesia di Nicola Romano conosciamo tutti lo spessore, la sua forza evocativa e comunicativa, la sua parola meditata, immediata e mediata, parola soppesata e puntuale nella sua funzione significante. Compagni e sodali nel percorso che ci ha condotti fin qui, abbiamo avuto il conforto reciproco di confrontarci per crescere sulla scala dei valori letterari che non ci hanno mai abbandonati e che ancora perseguiamo. Più di una volta ho avuto il piacere, anzi, la gioia di studiare le sue pubblicazioni, che nel tempo si sono assommate, per parlarne in sede di varie presentazioni, fino a trovare un filo che tutte, a mio parere, in qualche modo le connota, un filo che mi ha portato alla definizione della sua poetica come “mitografia del quotidiano”, per lo sguardo acuto, ironico e talvolta compassionevole verso tutto ciò che costituisce la sfera del vissuto. D’un continuo trambusto, sua nuova raccolta, è una prova d’autore di grande maturità e rigore e dal profondo significato letterario e umano, della quale voglio sottolineare anche la rilevanza della costruzione formale.

I testi aprono un ventaglio di argomenti dove ritornano ancora i motivi e gli interrogativi del vivere quotidiano, ma adesso con uno sguardo anche verso ragioni di carattere escatologico. Vi è un filo che raccorda fatti di vita, stati emozionali e sensazioni fisiche a riflessioni sull’esistenza: la nascita, la morte, la malattia, il declino fisico, e in questa serie di condizioni individuali è inscritto il destino comune a tutte le creature. Ma che strumenti ha usato l’autore per trasferire il suo pensiero emozionale-filosofico in un codice diverso da quello della comunicazione verbale?

Come protagonista e allo stesso tempo vittima della storia sociale e personale, il poeta vive le tensioni e le contraddizioni della realtà che trasmuta in versi. Per compiere questo processo egli si serve di un codice linguistico diverso da quello parlato, un linguaggio letterario che è il superamento della comunicazione ordinaria. Lo spirito della poesia dunque non è nella realtà di quello che dice ma nella Parola, che solleva il “detto” al di sopra della realtà. La parola poetica, unica e insostituibile, è la parola svelante attraverso la quale ciascun lettore vede e costruisce la “sua realtà”.

I nuclei tematici del libro sono essenzialmente: lo sguardo verso la realtà affettiva e sociale, la ricerca di un ubi consistam che radicalizzi l’uomo-poeta nel mondo in cui vive, e l’incontro con un nuovo tempo fisico e interiore che lo pone di fronte alla necessità di ri-considerare l’esistenza vissuta e da vivere. In coda, un breve canzoniere d’amore a memoria di più verdi stagioni. La disposizione strutturale dei temi non ha un inquadramento organico, i testi sono distribuiti per tematiche miste, pur mantenendo unità di stile. Il livello semantico lessicale presenta una certa ricchezza di termini, sia di carattere quotidiano che di uso ricercato, quando non specialistico e neologistico. Tutto questo conferisce alla raccolta l’apertura verso un orizzonte ben più lontano dal giardino di casa.

Nicola Romano ci ha abituati, nelle sue tante pubblicazioni, ad un particolare timbro fonico, costituito innanzi tutto da versi endecasillabi, che ritroviamo anche in questa raccolta ma questa volta declinati in forma più ariosa, spesso spezzati da quinari o settenari, talvolta accostati a versi senari, ottonari e addirittura di dodici sillabe. Uno schema che affiancato ad allitterazioni, assonanze, consonanze e antinomie, conferisce ai testi ritmo e musicalità (valori intrinseci della poesia), e aiuta il lettore a decodificare il messaggio dell’autore. Le parole e i suoni hanno nel testo poetico una funzione simbolica che aggiunge un nuovo significato a quello letterale. Dalla struttura, dal linguaggio, dalla metrica, dalla scelta lessicale e da questa sorta di fonosimbolismo nonché dai contenuti tematici, possiamo definire quella di Romano una poesia lirica.

Ma lo sguardo del poeta si muove a tratti anche su un asse di osservazione meno ideale e più corporea, dove egli stesso è l’oggetto della propria indagine, e non c’è scampo, infine, ad una palese cognizione della solitudine.

La raccolta si chiude con la sezione SUPPONENZE AMOROSE, una serie di composizioni dove rivivono luoghi, memorie, incontri e volti, in un repertorio armonico dal timbro vagamente malinconico e commemorativo, che lascia intendere qualcosa che non sta proprio nella realtà o perlomeno ne sta in bilico: supponenza, dal latino sub ponère, mettere sotto, quindi anche nascondere, sottacere, indurrebbe a porsi qualche domanda sulla natura, reale o ideale, di questi idilli amorosi.

Quest’ultima parte del libro, che ci racconta di “trambusti” amorosi, si discosta dalla prima non solo per il tema ma anche per la costruzione formale. I versi vengono distribuiti graficamente con andamento sbilanciato, non lineare, il dettato è del genere dell’idillio, le unità lessicali fanno riferimento in massima parte ad elementi della natura coniugati a stati emozionali. Vi possiamo riconoscere l’eco di tanti altri poeti: per esempio Neruda, nel testo V, “L’ho amata per la sua malinconia/o solamente per la sua allegria”; nel testo II, “Sei passata/dalla mia zona debole/che s’infervora/ all’eco di una voce”, come non ricordare il Cardarelli di “Volata sei, fuggita come una colomba …” ? Ma questo è l’effetto che produce la poesia: una catena di rimandi impigliati alla nostra mente di lettori. Leggiamo dunque con partecipazione emotiva questo breve canzoniere che canta l’amore incarnato in corpo e anima. Rallegrandoci con il nostro poeta per l’esito felice della sua fatica d’autore.

Anna Maria Bonfiglio

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