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Il rondò del tempo

La prima cosa da mettere in evidenza nel romanzo di Franca Alaimo Vite ordinarie (Borgomanero – NO, Giuliano Ladolfi Editore, 2019) è l’originalità della struttura, semplice e complessa insieme, che consente una grande libertà narrativa e favorisce il piacere della lettura. Si tratta di una vicenda in gran parte autobiografica: la protagonista Giovanna che, figlia di un contadino siciliano e di una giovane tedesca, rimasta orfana della madre, finisce in un brefotrofio e viene poi adottata, non è che un alter ego della scrittrice. Accanto a lei, la figura di maggior rilievo è la cugina Nina, la quale è anche la sua migliore amica. Ebbene, Nina è morta, e intorno alla sua bara, esposta in casa prima del funerale, si muove una folla di personaggi che vengono a visitarla per darle l’ultimo saluto. Alla loro vista scatta in Giovanna, che talvolta non li incontrava da anni, la molla del ricordo. Tornano così alla luce, quasi casualmente e alla rinfusa, memorie liete o dolorose rimaste a lungo sepolte nell’oscurità del passato, che naturalmente riguardano anche e soprattutto la stessa Nina.

E se non sono persone in carne ed ossa a innescare il procedimento, può essere un album di foto: «le foto erano state attaccate sull’album in disordine, così che vederle tutte insieme produceva l’effetto di uno strano sovvertimento temporale». Sono parole molto significative, in un certo senso una dichiarazione di poetica, perché «l’effetto di uno strano sovvertimento temporale» è proprio quello che produce il romanzo. La fabula, cioè l’ordine “naturale” dei fatti, è lontanissima dall’intreccio, cioè l’ordine “artificiale” della finzione letteraria, al punto che tentare un riassunto perfettamente ordinato sarebbe impresa disperata.

La struttura somiglia dunque a quella musicale del rondò, in cui un tema si ripete come un ritornello, identico o con poche variazioni (qui, appunto, la veglia funebre intorno alla bara di Nina), alternandosi ad episodi di carattere anche molto diverso. Perciò il romanzo è sì, come abbiamo detto, sotto il segno del ricordo, ma non di un ricordo ricostruito secondo un ordine logico o cronologico, per filo e per segno, bensì per sprazzi e lacerti, come del resto succede di solito nella realtà di tutti i giorni, quando cadono in mente le cose più disparate. Ed ecco che, con una contraddizione solo apparente, l’ordine “artificiale” della finzione letteraria risulta alla fin fine più realistico di quello “naturale”.

Ne deriva una galleria di figure vivissime, rievocate con un affetto che tuttavia non esclude la tagliente penetrazione psicologica, in primo luogo i genitori adottivi, con una foltissima schiera di parenti, conoscenti ed amici, e poi quelli naturali, in un intreccio di storie personali del tutto autonome, che però, nel loro insieme, forniscono anche un quadro abbastanza preciso e ben delineato della società palermitana tra gli anni Cinquanta e Ottanta del Novecento. Talvolta vengono in primo piano proprio gli avvenimenti storici, come la strage del ’60 durante il governo Tambroni, che in tutta Italia represse con la forza le manifestazioni dei lavoratori, o le proteste studentesche del ’68, del quale non si dà un giudizio troppo positivo, come emerge non da astratte considerazioni d’autore, bensì dal fuoco della controversia che nutre i dialoghi. Franca Alaimo non si unisce al coro di celebrazioni quasi sempre acritiche a cui abbiamo assistito nel cinquantenario di quegli avvenimenti da poco trascorso. Il ’68 è stato certo un grande movimento giovanile che ha interessato tutto il mondo occidentale, dando una salutare spallata ai vecchi pregiudizi in nome del cambiamento e diffondendo un grande anelito alla libertà, nessuno può negarlo, ma questo non deve far dimenticare i cattivi maestri che non hanno esitato a diffondere parole d’ordine di estremismo e di violenza, le quali in seguito avrebbero purtroppo trovato qualcuno bendisposto ad accoglierle.

Da un’esperienza di vita inizialmente dolorosa e perfino traumatica, anche se successivamente rasserenata dall’amicizia e dall’amore, scaturisce, dapprima per rapidi accenni e poi sempre più nettamente, la vocazione alla letteratura e in particolare alla poesia, compagne inseparabili non tanto o non solo per attingere le vette dell’arte, quanto «come strumento di decantazione del male e del dolore» (così recita la quarta di copertina), con la loro funzione per così dire terapeutica e profondamente chiarificatrice in grado di attaccare alla radice il male di esistere. In tal modo il romanzo finisce per essere, come già avviene nell’imprescindibile modello della Recherche proustiana, la storia o almeno la preistoria di sé stesso, ovvero delle condizioni e delle ragioni che ne hanno resa possibile e necessaria la stesura.

Davide Puccini.

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