damiani

Il fico sulla fortezza
di Claudio Damiani – Fazi Editore, 2012

Nota di Rita Pacilio

Mentre tutte le minacce del mondo continuano a frammentare il bisogno umano di leggerezza, nudità, purificazione, bellezza, spiritualità, il poeta si assume il compito di farsi paladino della resistenza culturale: resistere alle mode letterarie, indulgenti e prive di poesia, alla travolgente crisi economica e, soprattutto, contrastare il moralismo che mortifica l’entusiasmo delle emozioni. Commuoversi e risorgere alla nascita di un fiore svela ogni vibrante pathos ed è la motivazione a cui tendere consentendo al poeta di traghettare le anime perdute, sole, offese. Claudio Damiani ne Il fico sulla fortezza – Fazi Editore, 2012, infatti, scruta, ricerca e trova nella poesia, l’emblema che testimonia il passaggio ancestrale dalla perdizione alla salvezza, dal buio alla conoscenza, dal silenzio al canto incredibile della meraviglia, del desiderio. Non c’è bisogno di esibire retorica o ghirigori metaforici; in questa raccolta di poesie, elegante e accorta, l’autore propone realistiche semplicità capaci di condurre alla comprensione delle piccole cose. C’è il recupero della naturalità, della purezza contrapposta alla complessità ombrata della condizione esistenziale dei nostri giorni, tormentata e infelice. L’autore propone orizzonti ampi e di riferimento per essere presenti nel mondo in modo gentile, felice e semplice: i paesaggi, le strade, la natura, la famiglia e l’amore coniugale, materno, la paternità impegnata e responsabile, il legame ai luoghi tra cui Rignano Flaminio, San Giovanni Rotiondo, l’isola d’Elba. Una poesia di rottura e di recupero, una poesia educata ed educante, quella di Damiani, che conferma la difficile rivendicazione del sentimento ispirandosi alla densità dell’esperienza umana, alla coscienza, alla nitidezza delle idee.
Sembrerebbe dalla pubblicità / che siamo ricchi, forti / e invece siamo poveri, fragili / come le foglie sugli alberi, / anche i potenti, i più ricchi / con un niente vanno nell’Orco, / da un momento all’altro li afferra la Moira / e li trascina nella polvere, cadono sul terreno con tutta l’armatura / che fragorosamente risuona / e potresti vedere, ben visibili, / le loro vergogne”

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Fai un lavoro duro, cassiera di un discount,/ma sei allegra, scherzi con tutti,/ velocissima conteggi i prezzi,/ nella tua mente passano mille numeri,/ e scherzi, poi prendi le cose/ e le metti nelle buste, fai cose/ che potresti anche non fare, è squallido/ dove lavori, ma tu non te ne curi,/ sei semplice, forse ignorante,/ una ragazza di campagna/ nemmeno bella, piccolina,/ ma da te imparo non sai quanto.

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Se gli uomini avessero sempre da fare/ sarebbe meglio/ perché avrebbero meno tempo per soffrire,/ se ci fosse molta socialità/ feste e canti, riti/ molta natura, non quelle discoteche oscene/ non quelle città schifose,/ molta religione, più musica,/ più fanciulle che danzano battendo i piedi/ o cantando su barche scendendo i fiumi,/ molto camminare nei boschi, molto studio e amore,/ non quella televisione da lupanare, con facce da assassini,/ molta arte, molta cortesia e gentilezza,/
buone maniere, educazione, studio,/ meno intellettuali ignoranti,/ e quei vip, con quelle facce da maiali/ che si rotolano nella loro merda,/ più umiltà, molta più umiltà, e rispetto,/ se ci fosse più silenzio, più feste/ più lavorare insieme, tranquilli,/ contenti di lavorare insieme, cantando./

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Che moriremo / questo lo sappiamo / ma che non c’eravamo già prima / questo non lo crediamo,/ e se prima c’eravamo/ è credibile/ che moriremo?

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E se morire non fosse una cosa speciale/ ma un accidente normale,/ se morissimo come le mosche,/ come le foglie d’autunno/a un minimo soffio di vento?/ E se il fatto che in natura/ il pesce grande mangia il pesce piccolo/ non fosse un segno di crudeltà,/di lotta per la vita ecc.,/ ma un segno che la morte non è/ qualcosa di negativo, esclusivo,/ma come mangiare, sognare,/ andare al gabinetto, dormire. /

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Mentre camminavo sull’isola/ e guardavo il mare azzurro/ quieto e luminoso, ho pensato questo:/<< Isola, noi passiamo velocemente, come passano/ le stagioni, tu pure però ti trasformi,/ cresci, diminuisci, sei stata un tempo sepolta/ dal mare completamente,/ e un giorno tornerai a esserlo/ così le tue colline diminuiscono/ e nuovi monti vedi nascere,/ senza dire che un asteroide/ può colpirti e per sempre annientarti,/ così per te sono in pena…>>/<<Non essere in pena per me/ Se devo morire morirò/ Però mentre viviamo cerchiamo di stare in tranquilli,/ guarda questo sole tiepido e il mare/ azzurro, e guarda come fioriscono le mie colline>>./ << No, noi che moriamo/ e che cadiamo uno sull’altro come le foglie/ noi ti salveremo da morte/ e se un asteroide ti minaccerà/ noi lo distruggeremo prima che possa toccarti;/ se il sole esaurito l’idrogeno,/ si espanderà fino a noi/ noi incanaleremo la sua energia/ da qualche altra parte, e tu rimarrai illesa/ perché sai, ci siamo affezionati a te, isola,/ e non permetteremo mai più/ che qualcuno ti faccia del male>>./


Claudio Damiani è nato nel 1957 a San Giovanni Rotondo. Vive a Roma dall’infanzia. Tra le sue raccolte poetiche ricordiamo Fraturno (Abete, 1987) e Attorno al fuoco (Avagliano, 2006, Premio Mario Luzi). Per la Fazi Editore ha pubblicato La miniera (Premio Metauro 1997), Eroi (Premio Montale 2000) e Poesie, a cura di Marco Lodoli (Premio Laurentum 2010). È stato curatore dei volumi Orazio, Arte poetica, con interventi di autori contemporanei (Fazi, 1995) e Le più belle poesie di Trilussa (Mondadori, 2000).

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